News - Editoriali

Milano, 24 aprile 2014

Il principio di non contraddizione va riaffermato anche per i controlli ambientali

Rifiuti

(Paola Ficco)

Presentiamo l'editoriale a firma di Paola Ficco pubblicato sul numero di maggio della Rivista Rifiuti

 

Che fare contro il «potere pervasivo e autoreferenziale (una sorta di "manomorta") esercitato dall'alta burocrazia ministeriale lungo le corsie di gestione ed esecuzione dei provvedimenti varati dal governo e dal Parlamento» (così V. Castronovo in “www.ilsole24Ore.com” 20 febbraio 2014)? Alla pervasività delle amministrazioni centrali si aggiunge il disagio che la distonia dei controlli produce a danno di tutti. La risposta alla domanda “che fare?” allora diventa impossibile.

In materia ambientale la semplificazione amministrativa fa, da sempre, i conti con la necessità di tutela delle diverse matrici (aria, suolo, acqua); e d’altro lato la tutela tende ad obiettivi sempre più ambiziosi. Così, mentre con fatica il diritto nazionale cerca di adeguarsi al modello europeo, le ragioni della semplificazione premono per dare slancio alla produzione e alla crescita liberandole dal peso della burocrazia.

Ma semplificare deve significare soprattutto razionalizzare.  I controlli ambientali non sono assolutamente  rinunciabili, ma sono sicuramente razionalizzabili; tuttavia, la loro disomogeneità (a fronte dell’unicità della norma) rischia di trasformarli in un freno alla competitività. I controlli sono molto onerosi per l’impresa e richiedono la profonda competenza del controllore.  Si pensi al luogo di tenuta dei registri dei rifiuti per le imprese di trasporto: alcuni controllori pensano sia la sede legale altri la sede operativa. Oppure al depuratore comunale che accetta rifiuti liquidi: alcuni pensano che all’atto del conferimento i reflui debbano osservare i limiti dello scarico in fognatura all’atto dell’ingresso, altri il contrario. Per le acque di scarico stoccate in vasca presso l’impianto alcuni pensano che siano rifiuti, altri, invece, che siano acque di scarico. Per alcuni, i materiali di riporto continuano ad essere rifiuti e per altri, invece, no. Resta un mistero se la dichiarazione per i materiali di scavo/sottoprodotti dei piccoli cantieri vada inviata solo all’Arpa oppure anche al Comune. Gli esempi potrebbero essere infiniti e ogni controllore ha la propria lettura. L’impresa, ovviamente, ne segue una sola; quindi, inevitabilmente, è esposta a sanzioni più o meno gravi. Il problema, dunque, risiede nel controllo disarmonico e reiterato che si esibisce nella mancanza di uniformità di lettura del dato normativo e nella sovrapposizione degli accessi, mai concordi tra loro. Ogni controllo impegna tempo e personale  dell’impresa e della P.a. Sarebbe, invece, quantomai opportuno assicurare il flusso delle informazioni disponibili presso un sistema centralizzato e stabilire principi comuni per le ispezioni anche alla luce di un’univoca interpretazione della norma di riferimento. In questo il Ministero dell’Ambiente avrebbe un ruolo nodale; invece, le singole questioni sono sempre risolte dal Giudice e tutto si traduce nella vanificazione di investimenti e nell’ovvia alterazione della concorrenza. Il coordinamento dei controlli era già previsto dall’articolo 49, comma 4 quater, legge 122/2010 che delegava il Governo ad adottare un apposito regolamento teso a coordinare le attività di controllo per “evitare duplicazioni e sovrapposizioni, assicurando la proporzionalità degli stessi in relazione alla tutela degli interessi pubblici coinvolti”. Ma non è successo nulla. Lo stesso anche per il regolamento previsto dall’articolo 23, legge 14/2003 sui  criteri minimi delle ispezioni ambientali, in attuazione della  raccomandazione 2001/331/Ce.  

Con il suo carico di incognite, dietro l’angolo c’è il Sistri, uno dei principali banchi di prova sul quale si esibirà la fantasia interpretativa delle autorità locali e dei controllori. Fino alla fine dell’anno le sanzioni sono sospese, ma le disarmonie e le contraddizioni graveranno come al solito sulle imprese, con il carico di incertezze che si accompagna sempre a qualcosa che si presenta con  l’ormai temibile termine “semplificazione”.

Nel frattempo si parla di Raee e si legge di luoghi come Agbogbloshie in Ghana, che un report della Bbc ha individuato come il posto più inquinato del mondo. Lo segue Chernobyl. Si legge anche di Guyiu in Cina (Guandong). Altro che terra dei fuochi! Certo lì non arrivano solo i Raee italiani ma quelli di tutto il mondo. Però, mi chiedo, perché quelli italiani non sono incappati nelle maglie di nessun controllo? Forse perché è difficile e soprattutto rischioso, mentre cavillare sul luogo di tenuta dei registri di carico e scarico delle imprese di trasporto è semplice e non comporta rischi. Intanto, l’Italia iperconnessa e digitale edifica cimiteri di e-waste ed esporta risorse. Il principio di non contraddizione si è estinto. Forse è per questo che le cose da ripensare in questo paese sono sempre di più.

 

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