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Roma, 1 giugno 2017

Economia circolare, se non cambia il "disfarsi", l'illusione linguistica è dietro l’angolo

Rifiuti

(Paola Ficco)

Presentiamo l'editoriale di Paola Ficco pubblicato sul numero 251 di giugno 2017 della Rivista Rifiuti — Bollettino di informazione normativa"

 

Il lupo e la volpe, la favola povera di Calvino dove tutti sono ingannatori e ingannati e dove il trionfo è acido e breve.

 

Ma le favole, scriveva ancora Calvino, “sono il catalogo dei destini” e quindi alla fine “sono vere”.

E allora quella fiaba sembra restituire il volto vero della nostra non redimibile Italia, affetta – da sempre – da familismo amorale e clientelismo diffuso, dove i ponti crollano e il terremoto frantuma quello che è già fragile di per sé, dove l’istruzione e la ricerca sono al collasso, dove i cervelli scappano e la legge si maschera da giustizia.

Non solo, l’ambiente subisce danni sistematici; lo fa anche in ragione di una esagerata pressione antropica, perché siamo decisamente troppi e il respiro (ormai) ansimante della nostra impronta ecologica ci spinge a desiderare un paese di riserva. Ma non ce l’abbiamo.

E allora facciamo i conti con quello che c’è, provando a modificare scelte alimentari, quantità e qualità dei rifiuti prodotti, superficie di suolo occupato, beni acquistati, energia consumata, anidride carbonica emessa in atmosfera.

Con l’uso di questo rinverdito paradigma ecologico, si prova a risalire la china del risanamento morale. E lo si fa con il nuovo mantra dell’economia circolare dove i rifiuti sono le miniere di domani, i prodotti destinati a diventare rifiuti sono sostituiti dai servizi che consentiranno di utilizzare il bene per poi rimettere in circolo i materiali che lo compongono. Le difficoltà, però, sono tante.

Prime fra tutte la definizione di “rifiuto” che con il termine “disfarsi”, come interpretato dalla Corte di Giustizia Ue e dalla nostra giurisprudenza di legittimità, non lascia spazio giuridicamente a nessuna “creatività” e alla narrazione dominante che gli sta intorno: l’ennesimo aspetto della cultura dell’immagine condito con slogan più o meno epico-didattici.

L’attuale concetto di rifiuto è giuridico e non economico.

Per questo, senza la modifica della relativa nozione, l’economia circolare resta una illusione linguistica, fagocitata da una malintesa e febbrile apprensione di proteggere la società dai rischi della materia contaminata dal nome “rifiuto”. Rischi che misteriosamente scompaiono quando ad agire è la cd. “economia del sociale”, mai toccata dai contenuti persecutori e cristallizzati.

Doppie velocità e concorrenza sleale condite con una propaganda più o meno intensa. Niente a che vedere con il naturale respiro dei fatti.

Nel frattempo parte la vera e propria procedura d’infrazione Ue contro l’Italia perché 44 discariche, autorizzate prima del 16 luglio 2001, non sono state adeguate o chiuse entro il 16 luglio 2009 (in compagnia di Bulgaria, Cipro, Spagna, Romania, Slovenia e Slovacchia).

Del resto, se è vero che la discarica è il meno sostenibile dei modi di smaltimento, è anche vero che in Italia non si può fare molto. Non appena si pensa ad un qualsiasi altro impianto le proteste iniziano a mugghiare come marosi impazziti.

Tutto alimentato dal culto delle immagini che, formando ormai l’identità nazionale, non consente più di distinguere tra realtà e fantasia, tra innocenza e ferocia, dove ognuno dà corpo al proprio dolore di essere inquinato o alla sua gioia di aver allontanato un impianto con la sua personale protesta.

Una invasione simbolica priva di conoscenza e simmetria. Dove al posto della parola c’è solo un gergo, afasico e ripetitivo. Un fumetto che reitera la drammatizzazione di sé e la non negoziabilità dei propri convincimenti. Tutto agisce per icone e condanna al conflitto.

Invece, dalla miseria del gergo dobbiamo tornare alle parole; passare dalla democrazia recitativa a parole dotate di senso, capaci di trasformare l’adesso in presente e poi, attraverso il passato, in un nuovo futuro.

Un passaggio rovente ma non rinunciabile, perché nulla può sopravvivere al potere distruttivo dell’assenza.

 

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