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Milano, 30 giugno 2017

Miscelazione: con la sentenza della Consulta cambia la postura della gestione, come un peso che si sposta sull’altro fianco

Rifiuti

(Paola Ficco)

Presentiamo l'editoriale di Paola Ficco pubblicato sul numero 252 di luglio 2017 della Rivista Rifiuti — Bollettino di informazione normativa"

 

20 aprile 2017. Sembra un giorno come tanti; invece, è il giorno a decorrere dal quale la sentenza 75/2017 della Corte Costituzionale sulla miscelazione di rifiuti esplica tutti i suoi effetti. E così, all’improvviso, abbiamo capito che ogni qualsivoglia operazione in tal senso va autorizzata. Anche se riguarda rifiuti non pericolosi o rifiuti pericolosi con le stesse caratteristiche di pericolo. Lo abbiamo capito con la velocità con cui – a volte – si comprendono, molto tempo dopo, le cose che sono lì da sempre.

La miscelazione ci viene restituita così, sorprendentemente integra e senza incrinature, cambia nel modo e si mostra diversa, come qualcuno che sposta il peso sull’altro fianco.

Se solo la legge sulla “green economy” (221/2015) avesse evitato di aggiungere un comma (3 bis) all’articolo sulla miscelazione (187) del “Codice ambientale”, per specificare che la miscelazione non vietata non doveva essere autorizzata, saremmo rimasti ancorati all’aspra dolcezza di un inverno perenne, ma mite, in un visibile nulla.

E invece, l’aver messo nero su bianco che la miscelazione è un trattamento ha provocato una specie di tsunami, che non è un pretesto narrativo per raccontare piccole storie di singole fragilità. È un fardello in più che si abbatte sulle imprese italiane.

E così, mentre il mantra dell’economia circolare fa apparire il nuovo pauperismo un desiderabile traguardo, declinato tra biciclette da aggiustare e onlus che raccolgono mobili usati, oltre 80 milioni/anno di tonnellate di rifiuti speciali aspettano semplificazioni, possibilità di un modello di gestione, con l’urgenza di un insopprimibile desiderio di futuro. Ma l’Italia non decide e così si ferma come l’asino di Buridano che, tra due uguali mucchi di fieno, non sapeva decidere da quale iniziare a mangiare. Restò indeciso, guardando a destra e a sinistra, alla fine morì di fame.

Nulla è più possibile in un paese dove folle dolenti bocciano il Css che viene sostituito al Pet-coke convinte che questa sia la chiara trasformazione verso un impianto di incenerimento di rifiuti. Abitanti ai margini tra conoscenza e superstizione; tra voglia di sviluppo e sentito dire. Sforniti di ogni alfabetizzazione, si perdono, disadattati, nei laboriosi traffici umani.

Una ideografia creativa che altro non è se non il risultato ambientale (o ambientalista?) di quella buona scuola che, ricorda Tommaso Montanari su Repubblica.it del 23 gennaio, mette la cultura umanista, la creatività e il made in Italy sullo stesso piano. Come dire che per “conoscere il patrimonio culturale, la Ferrari e il parmigiano occorre essere creativi”.

In Italia gli investimenti esteri per imprese esistenti sono elevati, per quelle nuove, invece, sono bassissimi. L’Italia non investe praticamente nulla all’estero. Si preoccupa, in modo scomposto, per un ambiente pulito e pensa di poterlo raggiungere con la raccolta differenziata senza farsi carico, a livello di P.a. locale e di controllo consapevole, di sottoprodotti ed End of waste.

L’Italia ha distrutto la Montedison, ha ceduto la Telecom e Bulgari ai francesi, la Merloni agli americani, l’Ansaldo ai giapponesi, la Pirelli ai cinesi, l’Italcementi ai tedeschi e gran parte dell’industria alimentare a svizzeri e francesi, anche senza la “buona scuola”. Ora che si aggiunge questo mélange tra il pecorino di fossa e la Pietà di Michelangelo, l’Italia somiglia sempre più a uno straccione paese dei balocchi destinato a diventare un “non luogo” dove, con la mercificazione dei desideri, è finito un sogno ed è iniziata un’allucinazione globale.

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