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Milano, 2 novembre 2017 - 13:21

Rifiuti, ambiente e autorizzazioni: un’avventura caotica e disarmante

Rifiuti

(Paola Ficco)

Presentiamo l'editoriale di Paola Ficco pubblicato sul numero 255-256 di novembre-dicembre 2017 della Rivista Rifiuti — Bollettino di informazione normativa"

 

Il "Libro dei fatti"   2017 offre una radiografia serrata e puntuale di quello che la fine del 2015 e il 2016 hanno regalato al mondo. Tra le molte note, schede, capitoli e voci, in questo importante almanacco di cronaca puntuale (Adnkronos Libri, a cura di A. Spila) si scopre, tra l’altro, che in Italia abbiamo 151 linee mobili ogni 100 abitanti; in pratica, un cellulare e mezzo a persona (siamo superati solo dalle 159 linee del Sudafrica). In altri termini, un paese di chiacchieroni dove tutti parlano per arrivare a poco o per sopportare il poco che deriva da tanto impegno: pensiamo agli scioperi nei servizi pubblici. Piaghe sociali frutto di regole non attuali e di pluralismo sindacale al ribasso. Il disagio diventa sopportabile quando è sublimato in una specie di rapporto con l’altro creato chiacchierando al telefono nell’abitacolo dell’auto immobile nella tragica e straniante colonna di traffico. E piano piano si arriva a destinazione, con un’aggressività smussata e una rassegnazione più o meno trasandata.

È questo solo uno degli infiniti approdi cui conduce il chiacchierare fine a sé stesso. Un approdo che, in sintesi, si articola in disprezzo di regole, di responsabilità, di coerenza e di molto altro che vengono percepite in modo distorto nel tentativo di difendersi da ciò che può essere spiacevole. Obiettivo intimo della chiacchiera telefonica e del relativo raccontarsi tutto è far sì che nulla, una volta raccontato, sia mai accaduto.

Ne deriva una percezione distorta della realtà, che accetta in modo selettivo solo gli aspetti che piacciono e induce ad assumere comportamenti anomali.

Questa generalizzata sindrome di Peter Pan, alimentata dalle chiacchiere e amplificata dai social media, diventa il terreno di coltura di un fastidioso mix di sentimenti infantili e violenza ideologica, satira sul business, fervore animalista e sarcasmo azionati dai vari versanti della politica.

E piano piano le cose non hanno più ragione e le parole non indicano più le cose. Piano piano scompare quella mistica ancestrale che separava il vero dal falso, come l’oro dai ciottoli di fiume. Le parole non servono a far conoscere e a comunicare, sono solo una confezione (come quella del detersivo) che confonde e nasconde. Così la parola mette sullo stesso piano le cose che, invece, sono precise come atti e non si possono miscelare. Associare due azioni diverse, stabilisce un’analogia e crea un simbolo. Si chiama propaganda ed è cerchio perfetto per la pubblicità destinata a sette miliardi di consumatori.

Tutto questo alimenta il profilo della deresponsabilizzazione. Dell’andare smarrito del nostro tessuto produttivo non ci sono colpevoli ma solo pensatori astratti, gesti e parole vuoti e desolati.

Così chi chiede un’autorizzazione (non solo, ma soprattutto, per la gestione dei rifiuti e la tutela delle matrici ambientali) si arrende, il più delle volte, alla polverizzazione delle categorie del dovere e del diritto che, in molti luoghi e in molti casi, sono semplicemente parole sospese. Lì la geografia nazionale e la sua unità politica si disarticolano in una realtà a pelle di leopardo, dove ogni richiesta è una storia a sé, un’avventura caotica e disarmante.

Tra la Via, l’Aia, la Vas, l’Aua e l’autorizzazione unica, a volte, però, qualcosa funziona e va bene, ma è solo qualcosa strappato al caos dell’accadere.

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