News - Editoriali

Milano, 29 giugno 2018 - 10:04

La tutela ambientale ha bisogno di fatti acclarati e non di opinioni

Rifiuti

(Paola Ficco)

Presentiamo l'editoriale di Paola Ficco pubblicato sul numero 263 di luglio 2018 della Rivista Rifiuti — Bollettino di informazione normativa"

 

Informazione di qualità e facilità di accesso alle news, una convivenza difficile.

Bruxelles si prepara a disciplinarla, lavorando sulla nuova "direttiva sul copyright" (diritto d’autore). Detto così sembra una cosa buona: nessuno potrà più copiare i contenuti originali presenti in rete, a meno di licenza. Gli articoli 11 e 13 del testo però, sembra possano comportare la chiusura degli aggregatori e obbligare le piattaforme di condivisione on line ad attivare filtri preventivi, trasformandole – di fatto – in automatici agenti della censura. Infatti, tutto dovrà avere una licenza e gli algoritmi rigetteranno tutto quello che non ce l’ha.

Se pensiamo che, da una indagine dell’Unione nazionale dei consumatori è emerso che il 49% degli italiani assegna a internet il ruolo di proprio strumento di informazione principale, sembra evidente che (ove la direttiva fosse approvata) non trapelerà più nulla, né il bello né il brutto.

La distopia (cioè l’utopia negativa) dell’opera “1984” di Orwell avanza a grandi passi: i teleschermi del Grande Fratello (la figura carismatica che nessuno conosce) sono i nostri cellulari, le “bacheche” Facebook e le “storie” Instagram; la “neolingua” (creata da Orwell per evitare ogni forma di libero pensiero) è il nostro politicamente corretto. Lo “psicoreato” (presente in “1984” come condotta difforme da quanto richiesto dal Partito e dalla propaganda e che viene ferocemente punito) è la violenza verbale di chi presume di detenere la verità. Saremmo mai riusciti anche solo a immaginare una simile, vertiginosa, esplosione dove niente e nessuno separa più il vero dal falso? La persistenza illogica delle cose.

È recente la comparsa sul mercato di “Detroit: became human”.

Si fa presto a dire un “videogioco”; è, per fortuna, molto di più: è un’esperienza nuova per occhi, mani e intelligenza. Senza le idiozie e le violenze tipiche del genere, diverte ma turba perché ci ricorda che abbiamo un’anima.

In uno shock empatico dove uomini e androidi vivono le stesse esperienze e fanno lo stesso gioco, lo spettatore diventa attore. È un viaggio alla (ri)scoperta dell’origine delle emozioni e dei sentimenti umani, dall’aspettativa, all’attesa, alla paura, anche dell’ignoto. È un antidoto all’omologazione emotiva che accetta tutto e il contrario di tutto guardandolo sullo schermo dello smartphone, incapace di immedesimarsi in qualcosa e senza capire più nulla. Una specie di metodo per disimparare a percepire la realtà, seguendo solo la globalizzazione comunicativa dei “like” nelle manifestazioni superficiali di adesione o meno alle cose, dove non c’è più posto per il rito del ricordo.

“Detroit: became human”, un antidoto che aiuta a riflettere su noi stessi: incredibile ma vero, dove l’aggancio alla contemporaneità è vertiginoso.

Una contemporaneità dove il mondo non è più solo diviso tra chi mangia e chi non mangia, ma è diviso tra chi mangia bene e chi mangia veleno. Tutto questo diventa aspettativa di vita, produttività, salute e assistenza sanitaria. Una tempesta globale dove non possono mancare, comunque, coraggio e buonsenso. Anche questo è ambiente e, come ogni cosa che riguarda l’uomo, ha bisogno di fatti acclarati e non di opinioni.

Opinioni che sono solo il riflesso di una cultura inespressa permeata di ecologismo esasperato che ha come corollario il “no” a tutto, anche a quelle risposte che solo la tecnologia di domani può fornire agli interrogativi di oggi.

Il conflitto è ormai permanente ed è dominato da un’infinita gamma di opinioni pauperiste che frantumano la cultura produttiva sotto la pressione mediatica. Tuttavia, chi le esprime compra in Amazon, comunica in Facebook e fa ricerche con Google. Cioè con chi, sempre più ricco, controlla i dati e, con essi, la nostra vita. Con chi distrugge posti di lavoro e che, nell’assordante silenzio degli algoritmi, richiude il cerchio dell’accadere in un solitario e violento brivido scomposto.

 

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