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Roma, 31 agosto 2018 - 10:08

Economia circolare: il banco di prova europeo e l’inquieto disordine nazionale

Rifiuti

(Paola Ficco)

Presentiamo l'editoriale di Paola Ficco pubblicato sul numero 264 di agosto-settembre 2018 della Rivista Rifiuti — Bollettino di informazione normativa"

 

Codice ambientale e costante adolescenza dei suoi tratti. Sempre in via di perfezionamento e mai composto e maturo.

Già ci si prepara a una sua radicale modifica, complice il recepimento della nuova direttiva (Ue) 2018/851 (che modifica la 2008/98).

Insieme ad altre tre direttive (2018/849 su veicoli fuori uso; pile e accumulatori e Raee; 2018/850 sulle discariche; 2018/852 sugli imballaggi), il nuovo provvedimento europeo compone il cd. “pacchetto economia circolare” e prevede misure per la sua implementaazione affinché sia possibile trarre il massimo valore e il massimo uso da prodotti e da rifiuti.

La direttiva sui rifiuti rappresenta il provvedimento più importante tra i quattro ed era molto attesa. Le definizioni sono aumentate (es. rifiuto urbano o rifiuto alimentare o riempimento), ma quella di “rifiuto” non cambia.

Per realizzare il rispetto della gerarchia europea dei rifiuti (dove al primo posto c’è la prevenzione e all’ultimo la discarica), gli Stati membri ricorrono a strumenti economici (dalla tariffa puntuale agli appalti pubblici sostenibili). Particolare attenzione è riservata agli unici due strumenti predisposti dall’Ordinamento per non parlare di rifiuti: il sottoprodotto (che impedisce a qualcosa di diventare un rifiuto); l’End of Waste (che consente a qualcos’altro di cessare di essere un rifiuto).

Il principale strumento per prevenire la formazione dei rifiuti è il sottoprodotto, sempre rimesso al caso per caso. La Direttiva impone agli Stati membri di adottare misure appropriate per “garantire” che quanto deriva da un processo di produzione il cui scopo primario non è quello di produrlo, sia considerato sottoprodotto e non rifiuto (nel rispetto dell’articolo 5). Insomma, una sorta di “diritto al sottoprodotto”, da salutare con grande favore.

Sul fronte dell’End of Waste (ex Mps), la direttiva impone di adottare misure appropriate per garantire che una sostanza sia End of Waste e non rifiuto, quando rispetta i requisiti previsti.

Oggi è richiesto che l’End of Waste sia “comunemente utilizzata” per scopi specifici, domani che sia “destinata/o ad essere utilizzata/o” per scopi specifici.

Sembra di poter scorgere il passaggio da un piano astratto di impiego ad uno concreto e non è detto che questo sia una facilitazione. Anzi.

In assenza di criteri EoW comunitari, gli Stati membri possono stabilirne di propri e notificarli alla Commissione Ue. In difetto dell’espressione comunitaria o nazionale, gli Stati membri possono decidere caso per caso (quindi il recepimento dovrà indicare chi, nell’ambito dello Sato, lo farà) e le misure non vanno notificate a Bruxelles. Il recepimento risolverà lo stallo nazionale sulle autorizzazioni per l’End of Waste prodottosi in esito alla sentenza 28 febbraio 2018 del Consiglio di Stato. Una pronuncia solo di merito (e non di legittimità), ma che ha avuto l’incredibile potere di vanificare ogni ipotesi di circolarità della materia e quindi dell’economia.

Una paralisi che poteva succedere solo in un paese come l’Italia dove la risonanza emotiva dei gesti di ciascuno, a qualsiasi livello, è il frutto di una reciproca diffidenza o, addirittura, di inspiegabile paura.

Un clima tipicamente nazionale che si ripercuote, da sempre, su tutto, anche sulla gestione dei rifiuti (il quale altro non è che l’aspetto speculare della produzione e del consumo).

Un clima che, da sempre, produce quanto di più astratto c’è in ordine alle esigenze reali delle persone. Dove la conoscenza non è sapere ma solo (cattiva) informazione e per questo non nutre nessuna passione. Quindi, nessuna cultura. Ma se, per caso, in un attimo di vita giovanile, qualcuno la annusa, ecco che si estingue, schiacciata come è dalla impossibilità di trovare strumenti per la gestione del nostro inquieto disordine.

 

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