News - Editoriali

Roma, 26 ottobre 2018 - 09:29

Economia circolare: difficile realizzarla se non si (ri)comincia a essere, semplicemente, intelligenti

Rifiuti

(Paola Ficco)

Presentiamo l'editoriale di Paola Ficco pubblicato sul numero 266-267 di novembre-dicembre 2018 della Rivista Rifiuti — Bollettino di informazione normativa"

 

Scoppia la febbre dell’economia circolare: no allo spreco sì alla valorizzazione.

Prima che fosse emanato il "decreto Ronchi"(questa Rivista esisteva già), insieme a pochi altri, sostenevo che i rifiuti sono una risorsa messa in un posto sbagliato.

Un’affermazione tanto intempestiva quanto non gradita che (perfino) autorevoli fonti in sede comunitaria invitarono a non fare più affinché tutti capissero quanto i rifiuti fossero una cosa brutta e sporca da smaltire o, al massimo, riciclare. E basta.

Fu così che il “brodo primordiale” dell’intelligenza collettiva assimilò carta, metalli, plastiche, legno ecc. ecc. all’immondizia (quindi, alla passività) e non alla risorsa (quindi, al valore).

Sono passati oltre venti anni da quei giorni e, come nel gioco dell’oca, si ripassa dal via e si ricomincia daccapo. Tutti (ri)scoprono il concetto di valore che c’è nel rifiuto. Quindi, ora, nella percezione diffusa di tutti, lo scarto si ammanta di un connotato di positività.

Nel rimettere le cose al loro posto, tutti riscoprono il sogno della purezza e non si fa che parlare di economia circolare, mostrarla e discuterne. Il tutto, in perfetto “stile moderno” dove, in ragione della mutevolezza dominante, c’è avversione per qualsiasi forma di coerenza.

E così, mentre tutti parlano di circolarità della materia (e dell’economia), il sistema amministrativo locale non si sente pronto e non fa nulla per consentire di ricavare risorse dai rifiuti. Incornicia, come un alibi, la sentenza del Consiglio di Stato del 28 febbraio 2018 sulla porta del dirigente di turno e aspetta. Che cosa? L’ennesima legge.

Ogni ordine, però, genera una sua variante di disordine. Per questo ci sarà sempre qualcun altro che, in un perenne conflitto con l’ordine che genera responsabilità, brandirà competenze, legittimità, professionalità, tutela dell’ambiente e della salute umana (e di sé) come acuminatissime armi contro un sistema che, invece, avrebbe bisogno di un sentire comune e di una collettività non straordinaria, ma semplicemente intelligente.

E, invece, i Tribunali diventano i templi della fede post moderna del principio di precauzione.

Quando, però, l’unità di misura dell’ordine è la pressione regolatrice (e deregolatrice), allora l’espressione più alta del disimpegno e dell’eterna insoddisfazione diventa l’incapacità di arrivare a un punto fermo.

I rifiuti oltre ad essere una risorsa sono anche una mutazione difettosa della produzione; sono l’esito di uno scontro fra elementi che denuncia un errore nella costruzione, una specie di malattia. La malattia, in genere, induce due reazioni: con la prima si cerca la cura; con la seconda si cerca l’untore. In Italia abbiamo scelto la seconda.

Per questo, la tutela dell’ambiente rispetto al problema dei rifiuti è diventata solo una lotta partigiana contro tutto e tutti, in una versione (sempre più spesso) caricaturale di chi si lamenta di più. Da qui, la bancarotta della possibilità di farcela.

La cultura, secondo Z. Bauman non è altro che lo sforzo di introdurre e mantenere l’ordine “come una guerra contro l’istintività e il caos che da essa comincia”.

Forse, è proprio a causa di questa mancanza di sforzo che il presentimento assume dignità scientifica e ci si convince che l’errore non sia in quello che si guarda ma in quello che il proprio sentire induce ad aspettarsi di vedere.

Lo sforzo produttivo viene così sempre visto con punte di rancorosa colpevolezza come fosse il vero portatore di qualche male e, al pari di Josef K. ne “Il processo” di Kafka, è colpevole di esistere e per questo deve essere messo sotto accusa e deve subire un processo.

Dalla colpa di esistere, come Josef K., i sistemi produttivi non possono scagionarsi mai, per quanto abilmente dimostrino la loro innocenza e per quante prove portino a propria difesa.

È a questa kafkiana e terribile allegoria che la nostra produzione primaria e secondaria, con il suo fragile equilibrio, guarda con rassegnata apprensione.

 

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