8 aprile 2008

Sviluppo sostenibile, una formula vaga

Negli ultimi anni si è ormai diffusa una formula che, al solo utilizzarla verbalmente, sembra poter fornire la soluzione ai tanti e gravi problemi esistenti nel rapporto tra i sistemi naturali e la nostra specie: si tratta per l’appunto di “sviluppo sostenibile”.

È una espressione ormai abbondantemente abusata in ogni contesto, soprattutto in ambito politico ed economico. A volte dichiaratamente con funzioni di copertura: come se, parlando di “sviluppo sostenibile” o citando il termine “sostenibilità”, fosse automaticamente possibile azzerare o assolvere gli impatti di qualunque attività contrassegnata da questo attributo.

Mantenere nella vaghezza i pur difficilissimi contorni concettuali di questa formula e non confrontarsi con i problemi concreti che derivano dall’attuazione della sostenibilità nei nostri processi di sviluppo significa procedere a un’azione ingiustificata dal punto di vista scientifico e scorretta dal punto di vista sociale, economico e politico.

Pertanto diventa sempre più indispensabile un’azione profonda e critica di analisi del concetto di sostenibilità dello sviluppo, alla luce di tutti i limiti emersi nel dibattito degli anni più recenti.

Innanzitutto è evidente che i sistemi produttivi e di consumo di una società futura — la cui necessità e desiderabilità si impone alla luce dell’attuale situazione ambientale, economica e sociale — saranno diversi da quelli che sino a oggi abbiamo conosciuto.

La prospettiva della sostenibilità mette inevitabilmente in seria discussione il nostro attuale modello di sviluppo socioeconomico. Nei prossimi decenni dovremo essere capaci di passare da una società in cui il benessere e la salute economica sono misurati in termini di crescita della produzione e dei consumi materiali a una società in cui si sia capaci di vivere meglio consumando molto meno, evitando la dilapidazione dei sistemi naturali, e quindi del capitale naturale, e sviluppando l’economia riducendo gli attuali input di energia e materie prime. (…)

Il termine sostenibilità — perlopiù riassunto impropriamente nella formula “sviluppo sostenibile” — si è andato diffondendo negli anni Ottanta perché nell’ambito della comunità internazionale, in particolare nelle Nazioni Unite, appariva sempre più evidente che il concetto di sviluppo, così strettamente legato a quello di crescita (soprattutto crescita economica, intesa come incremento del prodotto pro capite), aveva causato una situazione di profonda incompatibilità con gli equilibri dinamici dei sistemi naturali. Lo sviluppo economico non è sostenibile perché ha profondamente minato i processi ecologici di base, compromettendo, di fatto, la base essenziale per la sopravvivenza della popolazione umana.

La crescita economica ha promesso di creare abbondanza, benessere e rimozione dei fattori di povertà, ma aggredendo le risorse naturali e gli equilibri dinamici degli ecosistemi ne ha profondamente minato le basi rigenerative e le capacità assimilative e, soprattutto nei paesi poveri, è diventata sempre più causa di povertà e scarsità.

Ogni azione umana determina, da un lato, un’acquisizione/sottrazione di risorse dall’ambiente e dall’altro l’emissione/rilascio di vari agenti di scarto dovuti all’azione stessa (sostanze liquide, solide, gassose, rumori ecc.). È un dato di fatto che il nostro sistema economico e produttivo determina un utilizzo delle cosiddette “sources” (sorgenti) e dei cosiddetti “sinks” (serbatoi) dei sistemi naturali che, per quanto emerge dalla più recente documentazione scientifica, risulta insostenibile.

Nessuna persona di buon senso può ritenere di procedere sulla strada del modello di sviluppo socioeconomico sin qui perseguito, immaginando di garantire un livello di consumi equivalente a quello statunitense o europeo a tutti gli attuali oltre 6 miliardi di abitanti del pianeta o agli 8-9 miliardi previsti entro i prossimi cinquant’anni.

È assolutamente inevitabile — e vorrei dire obbligatorio — trovare soluzioni differenti dalle attuali, percorsi alternativi, un’altra e diversa cultura dello sviluppo; pena la nostra stessa sopravvivenza come specie. E in quest’ambito il concetto di sostenibilità può essere certamente la base per delineare le nuove strade possibili.

La comprensione del dibattito sulla sostenibilità, e la sua stessa praticabilità, ruotano attorno ad alcuni principi fondamentali:

  • forte interdisciplinarietà, che certamente costituisce una sfida difficile quanto indispensabile per arrivare a modificare lo stato attuale delle cose;
  • ampia flessibilità del concetto, che necessita tuttavia di precisi “paletti” entro i quali cercare di definire i percorsi di sostenibilità;
  • grande apertura a tutta la gamma di conoscenze e tradizioni umane, nella straordinaria ricchezza delle culture presenti sulla nostra Terra, da cui poter attingere per individuare i percorsi alternativi possibili;
  • riferimento continuo ai migliori avanzamenti scientifici disponibili, per aiutare a individuare le strade alternative concretamente praticabili;
  • approccio sistemico integrato, che tiene in conto la consapevolezza che il tutto è qualcosa di più rispetto alle singole parti che lo compongono.
Tratto da
Idee, concetti, nuove discipline capaci di futuro
di Gianfranco Bologna
Edizioni Ambiente
,
2008