8 aprile 2008

Nel laboratorio della Sustainability Science

Sustainability Science indica una convergenza transdisciplinare di riflessioni e ricerche derivanti da discipline diverse, che cercano di analizzare le interazioni dinamiche tra i sistemi naturali, sociali ed economici e di comprendere i modi migliori per “gestirle”. La sua forza innovativa risiede in un cambiamento radicale della visione del mondo: da un lato promuovere forme di conoscenza compatibili con un’irriducibile incertezza; dall’altro individuare nuovi principi, metodologie e strumenti per intervenire concretamente nei sistemi complessi senza comprometterne il delicato equilibrio. (…)

Le discipline che costituiscono la base necessaria per questo approccio sono quelle delle scienze ecologiche (ma anche fisiche e naturali in senso più ampio come, ad esempio, la fisica dei sistemi complessi), delle scienze economiche e delle scienze sociali.

In particolare si fa riferimento alla biologia della conservazione (Conservation Biology), all’economia ecologica (Ecological Economics), all’ecologia del paesaggio (Landscape Ecology), all’ecologia del ripristino (Restoration Ecology) e all’ecologia industriale (Industrial Ecology). Anche i progressi nelle scienze sociali relativi all’apprendimento (Learning) e all’adattamento (Adaptive Management) rientrano efficacemente in questo campo.

Questa contaminazione disciplinare si adatta bene a un concetto di sostenibilità che coinvolge gli aspetti ambientali, economici e sociali dell’interazione dei vari sistemi. Una sostenibilità che valuta i limiti di popolazione e pressione umana nell’utilizzo delle risorse e nella produzione di rifiuti rispetto alle capacità rigenerative e assimilative dei sistemi naturali, per promuovere le migliori capacità di apprendimento, di adattamento e flessibilità dei nostri sistemi sociali nel farvi fronte.

Le definizioni di sviluppo sostenibile e di sostenibilità sono numerose e presentano priorità e sottolineature differenti; ma, come ricorda l’economista Richard Norgaard, “è impossibile definire lo sviluppo sostenibile in un modo operativo, in dettaglio e con un livello di controllo presunto dalla logica della modernità”.

Ciò nonostante la Sustainability Science — con le sue convergenze multidisciplinari in una prospettiva di totale innovazione — sta creando progressivamente i principali “punti fermi” che definiscono questo concetto e la sua operatività.(...)

Uno degli aspetti più innovativi delle contaminazioni disciplinari prodotte nel laboratorio della Sustainability Science riguarda le scienze economiche. Riconsiderare le risorse, il loro limite, il loro delicato equilibrio, la loro possibile distribuzione in rapporto alle esigenze degli ecosistemi e dei sistemi sociali comporta la necessità di ridiscutere alla radice le formule e i principi che regolano l’attuale economia di libero mercato.

Nasce così l’economia ecologica, una branca di studi che trae le sue origini da alcuni decenni di analisi e riflessioni, e che oggi sta assumendo i caratteri di una nuova disciplina in grado di promuovere svolte importanti nel nostro modo di produrre e di vivere. (…)

L’economia ecologica pone chiaramente tra i suoi obiettivi il problema di come misurare, in modo più completo ed esauriente dell’attuale, il benessere e la ricchezza delle nostre società.

Vi è una convinzione diffusa negli ambienti economici che se il mercato va bene la gente automaticamente ne risulta beneficiata. L’indicatore più significativo per tutti i paesi, anche dal punto di vista dell’immaginario collettivo, è il cosiddetto prodotto interno lordo, il PIL. Il potere simbolico del PIL è enorme; la maggioranza degli economisti classici e dei governi vede nella crescita del PIL un segno di benessere del mercato e, quindi, un segno di benessere dell’intera economia di un paese. Sul fatto, invece, che il PIL non sia affatto sinonimo di ricchezza e di benessere vi è ormai una potente letteratura ed esistono analisi approfondite e proposte concrete di azione destinate ad ampliare il set di indicatori sui quali si dovrebbe prendere in considerazione la ricchezza e il benessere di una nazione, di una regione, di una comunità, di una città. Tra questi, ad esempio, il Measure of Economic Welfare (MEW) e l’Index of Sustainable Economic Welfare (ISEW).

Ma ormai esiste un’eccezionale varietà di indicatori che mirano non solo a monitorare lo status dei sistemi naturali e di quelli sociali, ma anche a fornire indicazioni su quelli che dovrebbero essere gli obiettivi da raggiungere nei singoli settori analizzati; così come esistono proposte per indicatori aggregati che cercano di dare conto, in maniera più articolata e comprensiva, dello stato di salute reale dell’economia di un paese, senza dimenticare il valore, sinora non considerato, della natura. (…)

Le riflessioni e le ricerche dell’economia ecologica, incrociate con quelle di altre discipline, hanno consentito di giungere a definire alcuni criteri guida per la sostenibilità della nostra azione.

Herman Daly riassume i principi fondamentali nel modo seguente:

1. La scala dell’intervento umano sui sistemi naturali dovrebbe essere limitata a un livello che rientra nella capacità di carico dei sistemi stessi.

2. Il progresso tecnologico per lo sviluppo sostenibile dovrebbe essere basato sull’incremento dell’efficienza e non sull’incremento dell’input di materie prime e di energia nel processo economico.

3. I tassi di utilizzo dei sistemi naturali non dovrebbero eccedere i tassi di rigenerazione degli stessi.

4. Le emissioni degli scarti non dovrebbero eccedere la capacità assimilativa dei sistemi naturali.

5. Le risorse non rinnovabili non dovrebbero essere utilizzate se non a un tasso equivalente alla creazione di sostituti rinnovabili.

Tratto da
Idee, concetti, nuove discipline capaci di futuro
di Gianfranco Bologna
Edizioni Ambiente
,
2008