Il business dell'ecomafia
Continua a crescere, anno dopo anno, il fatturato dell'ecomafia: nel 2006 si avvicina pericolosamente ai 23 miliardi di euro. Con esattezza 22,97 miliardi, davvero pochi spiccioli per arrivare alla meta. Un fatturato che comprende sia il mercato illegale, cioè la gestione criminale diretta del ciclo dei rifiuti, di quello del cemento, del "racket degli animali" e dei furti di opere d'arte, sia gli investimenti a rischio nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Sicilia, Calabria, Puglia e Campania), laddove esiste un serio rischio di infiltrazione criminale negli appalti in opere pubbliche e nella gestione dei rifiuti urbani. Considerare i rischi di infiltrazioni mafiose nella gestione dei soldi pubblici in quelle regioni è indispensabile per una corretta analisi economica del fenomeno. Rischi troppo spesso confermati dalle indagini delle forze dell'ordine e dalla magistratura, come dimostrano le ultime inchieste in Sicilia: a Gela, Cosa Nostra e Stidda (cosca locale solitamente in contrasto con l'ortodossia della Cupola) si erano inserite perfettamente nella gestione dei rifiuti urbani, mentre nella provincia di Messina, i clan di Tortorici e Mistretta (due paesini della fascia tirrenica) gestivano tutti gli appalti pubblici grazie alla complicità di imprenditori amici.
Venendo al dato economico, il buon andamento dei profitti si rileva soprattutto nel mercato illegale: se nel 2005 raggiungeva la cifra di 9,3 miliardi di euro, nel 2006 arriva quasi a 11 miliardi di euro. Un incremento di fatturato che è solo l'ennesima conferma dell'ottimo stato di salute della criminalità ambientale. E che è "merito" soprattutto del ciclo illegale dei rifiuti, un mercato ormai maturo e altamente redditizio per le organizzazioni criminali, mafiose e non: nel 2006 il fatturato sale da 4,2 a 5,8 miliardi di euro, alla luce del quantitativo record di rifiuti speciali scomparsi nel nulla descritto nel capitolo dedicato alla "Rifiuti Spa" e piazzato sul mercato illegale. Dato ulteriormente confermato dalle 18 operazioni di polizia giudiziaria concluse nell'ultimo anno, una in più rispetto al 2005, che hanno smascherato imponenti traffici illeciti di rifiuti sul territorio nazione e oltre confine.
Sostanzialmente stabile, invece, il mercato dell'abusivismo edilizio, stimato da Legambiente elaborando i dati forniti dall'Istituto di ricerche Cresme sulla base dei parametri propri del mercato immobiliare italiano. Anche se continua a viaggiare su cifre impressionanti: più di 2 miliardi di euro. Il mattone è ancora una torta troppo ghiotta per l'ecomafia.
Ultima voce del mercato illegale è quella relativa al cosiddetto "racket degli animali", che stando all'ultima elaborazione dell'Osservatorio reati contro gli animali — Ente Nazionale Protezione Animali (Enpa) fatturerebbe più di 3 miliardi di euro. La voce più significativa è quella relativa alle corse clandestine, con un business di circa 1,2 miliardi di euro; seguono i combattimenti clandestini tra animali, con 700 milioni di euro, cifra che si ripete per il traffico di fauna viva esotica o protetta.
Manca all'appello il dato relativo al fatturato derivante dai furti di opere d'arte e reperti archeologici, il cui mercato, vista la peculiarità dei beni in oggetto, continua a sfuggire a una precisa quantificazione monetaria da parte delle forze dell'ordine.
Passando agli investimenti a rischio nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, le cifre in gioco diventano ancor più consistenti. Stando ai dati forniti dal Cresme calano di un miliardo di euro circa, rispetto all'anno precedente, gli investimenti a rischio negli appalti di opere pubbliche: da poco più di 12 miliardi di euro del 2005, si passa agli 11 miliardi circa del 2006. Resta stabile invece il giro d'affari relativo alla gestione dei rifiuti urbani (833 milioni di euro contro gli 826 dell'anno precedente).

Parole chiave: