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Habitat ed ecologia: tendenze internazionali

(Dominique Gauzin-Müller)

Nella prima metà del 20° secolo, la diffusione quasi globale del Movimento moderno ha favorito la generalizzazione in architettura di uno stile internazionale che non si occupava per nulla delle caratteristiche climatiche e delle particolarità locali. All’epoca solo alcuni architetti, come Frank Lloyd Wright e Christian Norberg-Schulz, misero in guardia contro i pericoli di questa distanza abissale dalla natura e dalla tradizione e si schierarono a sostegno del genius loci o del rispetto dei “piccoli uomini”, concetto caro ad Alvar Aalto. Le loro case, anche se costruite in pietra e legno, risultavano innegabilmente “moderne”, ma spuntavano dal suolo con i tratti dell’appartenenza a uno specifico luogo.

 

I principi bioclimatici

Nel periodo che seguì la seconda guerra mondiale, l’espansione economica dei paesi industrializzati ha gradualmente generalizzato l’uso di impianti in grado di garantire il comfort abitativo in estate e in inverno. Ma fin dagli anni 60 alcuni professionisti, come David Wright, si sono battuti per diffondere l’idea di un habitat “ecologico” che riuscisse ad avvalersi dell’apporto gratuito del sole. Quando arrivarono le crisi petrolifere degli anni 70, l’impennata dei prezzi del gas e del petrolio determinò una prima presa di coscienza della limitatezza delle risorse naturali e dei pericoli connessi ai fenomeni di inquinamento.

Il rifiuto di sprecare energia fossile e materie prime spinse alcuni architetti ad analizzare le soluzioni adottate nelle abitazioni tradizionali per rispondere alle specificità del luogo e del clima. Questi studi giunsero alla definizione di principi bioclimatici finalizzati a ridurre i fabbisogni energetici delle case e di garantire un buon comfort grazie alla scelta oculata del sito, dell’orientamento, della forma degli edifici, dei materiali e del tipo di vegetazione da collocare all’intorno.

 

(…)

 

Tra low-tech e hight-tech, l’architettura ragionata

I percorsi di ricerca si sono poco a poco differenziati: a seconda della sensibilità e dell’esperienza è stata data importanza agli aspetti ecologici, sociali, culturali o economici dell’approccio ambientale. Oggi si sviluppano parallelamente tre grandi tendenze: il low-tech, l’high-tech e una “architettura ragionevole” che ricerca il giusto equilibrio tra i due.

Sostenuto dalla ricerca industriale, l’high-tech è centrato soprattutto sull’ottimizzazione energetica grazie a impianti tecnici sofisticati (vedi box a pag. 13). I sostenitori del low-tech raccomandano l’economia dei materiali e la valorizzazione di “know-how” tradizionali, come nel caso di Antonius Lanzinger (pag. 124). Spesso animati da un forte impegno sociale, cercano il benessere degli utenti e lavorano sul concetto di casa sana e sull’autocostruzione. Tra i due estremi prende poco a poco forma una terza via, meno militante e più pragmatica, che non esita a utilizzare impianti innovativi come integrazione di misure bioclimatiche, e che mette l’uomo al centro del progetto.

È nel Vorarlberg, piccolo land austriaco al confine con la Germania, che a partire dagli anni 80 si moltiplicano gli esempi più convincenti di questa architettura “ragionata”. I Baukünstler che li hanno progettati sono senza dubbio dei “creativi culturali”, protagonisti del cambiamento della società descritto da Paul Ray e Sherry Anderson. Le case di Wolfgang Ritsch (pag. 68) e di Dietrich e Untertrifaller (pag. 52) sono rappresentative di un regionalismo rivisitato e dimostrano un equilibrio tra tradizione e modernità.

 

Associare misure passive e impianti efficienti per risparmiare energia

Il Summit della Terra di Rio de Janeiro del 1992, e il conseguente impegno per uno sviluppo sostenibile assunto dai governi di molti paesi, hanno accelerato il processo verso la diffusione dell’approccio ambientale in tutti i settori dell’economia, e in particolare in quello delle costruzioni. Nei paesi dell’Europa a clima continentale (Germania, Austria, Svizzera) o nordico (Scandinavia, Finlandia), le strategie di miglioramento dell’isolamento dell’involucro sono oggi sistematicamente associate all’adozione di impianti tecnici ottimizzati.

L’importanza data al risparmio energetico e allo sviluppo di tecniche legate alle energie rinnovabili ha origine da scelte sia industriali sia politiche. Questa scommessa sul futuro è sostenuta da quelle imprese che sperano di poter approfittare del loro “vantaggio tecnologico” quando il mercato della costruzione ecologica – inevitabile e imminente – prenderà davvero il via. Gli Stati Uniti e i paesi europei a clima più mite (Spagna, Francia, Italia) cominciano a prendere iniziative per recuperare il ritardo e puntano sul comfort estivo e sul condizionamento naturale dell’aria.

 

Case per abitare il paesaggio

In Australia, continente poco popolato con zone a clima tropicale e desertico, le sfide da affrontare sono molte. Le ricerche si concentrano sul minor impatto possibile della costruzione in un ambiente naturale incontaminato.

Poiché l’enorme distanza tra gli insediamenti e tra le singole abitazioni esclude un collegamento sistematico alle reti, la priorità viene data all’autonomia per quanto riguarda l’acqua e l’energia e al corretto smaltimento dei rifiuti, come avviene nella casa di Peter Stutchbury. Se questo paese è oggi uno dei più ricchi di esempi di case ecologiche lo si deve a Glenn Murcutt, che da quarant’anni sa dare risposte convincenti ai quattro “pilastri” dello sviluppo sostenibile: ecologico, sociale, economico e culturale.

Nel suo paese, e anche ben più lontano, Murcutt ha influenzato molte generazioni di architetti comunicando, con i suoi progetti, il rispetto per il paesaggio: “In natura la forma dipende dal luogo: perché non fare altrettanto in architettura?” La preoccupazione per il risparmio delle risorse è un altro dei suoi principi: “sprecare è immorale”. Il coronamento della sua carriera con l’assegnazione del Premio Pritzker nel 2002 è un incoraggiamento per tutti coloro che lavorano per un’architettura “autentica”, libera dall’ansia per l’immagine.

 

Partecipazione e inserimento sociale

Nei paesi in via di sviluppo la casa ecologica diventa spesso sinonimo di partecipazione e di reinserimento sociale. Molte ONG, in Asia e in Sudamerica, insegnano alle popolazioni a produrre mattoni di terra cruda compressa, cosa che prima di tutto permette loro di autocostruirsi una casa adeguata, e in seguito anche di realizzarne altre e dare quindi vita a un’attività.

A partire da sacchi riempiti di terra stabilizzata con calce o cemento, l’istituto californiano Cal Earth aiuta le famiglie a costruirsi “eco-case” in grado di resistere ai terremoti. In paesi in cui il clima può diventare torrido e l’acqua potabile è rara, diventa vitale recuperare l’acqua piovana per gli impieghi domestici, e usare le acque grigie depurate tramite lagunaggio per irrigare il giardino.

In India, molti progetti associano il controllo del ciclo dell’acqua all’utilizzo di pannelli fotovoltaici per produrre l’elettricità necessaria alla cottura dei cibi e alla illuminazione: vedi i casi del Barefoot College di Bunker Roy, nel deserto del Rajasthan, o le case di Chitra Vishwanath a Bangalore (pag. 144). In Cina, il meglio convive col peggio: per un architetto come Yung Ho Chang che denuncia i pericoli dell’urbanizzazione sfrenata e la conseguente perdita d’identità, ci sono molti opportunisti – sia locali che stranieri – che sbagliano completamente strada per ignoranza del contesto locale.

Tratto da
I principi, le tendenze, gli esempi
di Dominique Gauzin-Müller
Edizioni Ambiente
,
2006