I principi di riferimento per l’assetto del territorio

(Edo Ronchi)

Alcuni principi debbono guidare, alle diverse scale, le linee fondamentali dell’assetto del territorio. La loro origine deriva dall’accumulo teorico e sperimentale delle conoscenze a livello internazionale ed europeo ed è sancita da trattati e direttive. È fondamentale che questi principi vengano esplicitati in modo che su di essi vi possa essere un dibattito chiaro e partecipato.

I principi che proponiamo alla base di questi indirizzi per le linee fondamentali sono quelli di sostenibilità, di prevenzione e di precauzione.

 

Il principio di sostenibilità

Il territorio attuale è il risultato di processi evolutivi, fisici e biologici e dei loro complessi rapporti con le attività antropiche di sviluppo economico e sociale.

Ogni scelta suscettibile di produrre modificazioni territoriali rilevanti deve perciò fondarsi sul riconoscimento della rilevanza globale e indivisibile del territorio ai fini della sicurezza, della qualità della vita e dello sviluppo per le attuali e le future generazioni.

Alla base delle politiche territoriali deve esserci la piena consapevolezza della complessità delle interdipendenze che legano, ad esempio, il ciclo delle acque e i processi naturali all’organizzazione e all’uso del territorio: tra la tutela ambientale, la difesa del suolo, la gestione delle acque e la pianificazione urbanistica e territoriale ci sono connessioni che si manifestano in modo anche drammatico, ad esempio in occasione dei grandi eventi alluvionali. Così come la gestione di un Parco Nazionale, pur se affidata a un Ente specifico e da questo attuata, non può prescindere dalle politiche urbanistiche, economiche e sociali relative al territorio in cui il Parco è posto.

Il principio di sostenibilità richiede un approccio a scale diverse nello spazio e nel tempo. Se infatti alla scala, ad esempio, del bacino idrografico sono state insufficienti la programmazione e la pianificazione degli interventi per la difesa del suolo, non si deve trascurare il fatto che – alla scala regionale o interregionale – possa essere stato inadeguato il coordinamento delle decisioni e delle scelte per la gestione collettiva dell’acqua e dei suoi trasferimenti o che – alla scala locale – possa essere stata insufficiente o trascurata l’attività di manutenzione di opere e infrastrutture.

Azioni che non risultino pienamente giustificate su tutti i terreni non sono più ammissibili: Piani urbanistici privi delle necessarie indagini geologiche o idrologiche, delle necessarie valutazioni del patrimonio edilizio,dell’edilizia rurale, del patrimonio botanico e faunistico, non debbono più essere consentiti. Ma in modo analogo non possono essere consentite realizzazioni di importanti opere pubbliche che non tengano adeguatamente conto delle conseguenze sul territorio e sull’ambiente, conseguenze che non si limitano all’impatto visivo ma arrivano a riguardare le modifiche del regime di scorrimento delle acque e la frammentazione degli habitat naturali.

La sostenibilità attraversa tutte le discipline e comporta che non sia più accettabile che queste agiscano in modo isolato, ignorandosi o competendo per un inesistente predominio: una politica del territorio può nascere solo dalla convergenza di dati, metodi e assunti di varie discipline in un lavoro comune. Ciò non si ottiene coltivando l’idea di un unico centro di raccolta dei dati, né quella che una disciplina assuma la leadership nel campo della gestione del territorio. Si ottiene invece stimolando ogni disciplina e ogni diversa prospettiva di tutela e di trasformazione economica alla conoscenza anche delle altre prospettive, all’integrazione dei metodi e delle diverse scale alle quali esse operano. La nuova fase richiede la consapevolezza dell’intreccio, ormai imprescindibile, fra sostenibilità e qualità dello sviluppo.

 

Il principio di prevenzione

Occorre riconoscere che, nel nostro contesto storico e geografico, l’utilizzo e la domesticazione antropica dei sistemi naturali non possono estendersi e intensificarsi senza limiti e occorre anche riconoscere che, allo stato attuale delle conoscenze, il progresso tecnologico non può risolvere tutti i problemi, né proteggere da ogni rischio, né continuare a sfidare la natura. La prevenzione dei rischi e la loro riduzione entro limiti accettabili comporta la riduzione dell’interferenza antropica nei processi naturali: le politiche del territorio devono rispettare, assai più di quanto non si sia fatto nel recente passato, la capacità evolutiva degli ecosistemi e le manifestazioni naturali dei processi idrogeologici e geomorfologici, prevenendo interventi e sviluppi insediativi e infrastrutturali che possano provocare o aggravare i rischi o i sovraccarichi ambientali.

Una corretta politica del territorio richiede una valutazione ambientale strategica dei piani urbanistici alle differenti scale, dai Piani territoriali di coordinamento ai Piani regolatori comunali. Una valutazione, con efficacia concreta e penetrante, che nasca da specifiche e approfondite analisi locali che riguardino le previsioni di consumo di territorio, come la stima dei conseguenti fabbisogni idrici o della domanda di mobilità e degli altri fattori significativi connessi. Una corretta politica del territorio deve eliminare l’illusione che sovrastimando i fabbisogni insediativi e infrastrutturali si aiuti lo sviluppo economico e sociale del paese. L’infinita serie di progetti interrotti, di opere ultimate a stento, di variazioni in corso d’opera, di tempi di ultimazione costantemente rinviati, di costruzioni rimaste vuote e inutilizzate, dovrebbe avere insegnato che un atteggiamento più prudente e realistico è spesso più razionale ed efficace anche dal punto di vista economico. Continuare a ragionare come se ancora fossimo nella prima fase dell’industrializzazione, senza occuparsi della prevenzione dei costi indiretti, degli sprechi e degli usi inefficienti di una risorsa preziosa e scarsa come il territorio, produce arretratezza e degrado.

 

Il principio di precauzione

Non possiamo d’altra parte permetterci di trascurare una diagnosi anche se questa è incompleta: il principio di precauzione richiede che ogni decisione sulla gestione del territorio venga presa con il massimo margine di sicurezza possibile. Poiché la complessità dei sistemi ecologici (e l’imprecisione stessa delle scienze) non permette mai di avere un quadro completo delle conoscenze, né di prevedere con esattezza lo sviluppo delle dinamiche dei sistemi, il principio di precauzione richiede che si agisca avendo sempre come riferimento lo scenario più prudente tra quelli possibili, quello che corrisponde all’attuale livello di dubbio nella conoscenza delle situazioni e nella previsione dei fenomeni futuri. La vera precauzione è nell’agire con i metodi della programmazione dinamica e della pianificazione in presenza di incertezza. È lo stesso principio che suggerisce di limitare la velocità di un’auto per prevenire incidenti gravi.

Precauzione significa limitare gli interventi sul territorio a quelle azioni delle quali possiamo ragionevolmente prevedere effetti non distruttivi e delle quali possiamo comunque assicurare la compatibilità. Poiché i sistemi ecologici sono regolati da un gran numero di interrelazioni con un alto grado di stocasticità, i modelli deterministici di previsione sono inutilizzabili. I modelli probabilistici, meno grezzi, sono spesso limitati dalla scarsità di informazioni sui parametri in gioco e sulle funzioni che li collegano.

Adottare il principio di precauzione su basi scientificamente fondate, specialmente quando i danni temuti possono essere seri, consente di ridurre i rischi e gli errori di valutazione. Il principio di precauzione è codificato in accordi e convenzioni internazionali importanti, a cominciare dalla Convenzione internazionale sulla biodiversità, e costituisce il riferimento più efficace finora disponibile per guidare l’azione antropica nella complessità delle dinamiche dei sistemi naturali.

Seguendo questo principio le risorse naturali devono essere considerate e gestite come risorse limitate, d’importanza vitale per l’uomo e la biosfera, la cui quantità e qualità devono essere gelosamente e continuamente salvaguardate con politiche volte a controllare e, ove possibile, a ridurre o azzerare sprechi, distruzioni e processi di inquinamento e di degrado evitando interventi dagli esiti incerti o non adeguatamente valutabili. La stessa esigenza si pone nei confronti del patrimonio paesistico e culturale come componente essenziale della qualità della vita ed espressione irrinunciabile dell’identità e della storia delle comunità locali e della collettività nazionale. Adottare il principio di precauzione nella gestione del territorio significa attribuire, nella scala delle valutazioni, un elevato livello di priorità alle qualità dei suoi assetti. Tale livello di priorità non deriva tanto e solo dall’aggravamento dei fattori di rischio – pure presente – ma dall’accresciuta percezione pubblica di tali rischi e dalla domanda diffusa di elevata qualità territoriale e ambientale. Solo l’adozione consapevole del principio di precauzione consente di praticare un livello elevato di tutela del territorio, in sintonia con la nuova percezione dei rischi e la nuova domanda sociale di qualità.

Tratto da
Indirizzi per la sostenibilità
di Istituto Sviluppo Sostenibile Italia
Edizioni Ambiente
,
2005