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1 marzo 2007

Agricoltura urbana

(Worldwatch Institute )

A prima vista Accra (Ghana), Beijing (Cina) e Vancouver (Canada) sembrano avere poco in comune. Nell’area metropolitana di Vancouver vivono quasi 2 milioni di persone, a Beijing oltre 14,5 milioni. Ancora più evidenti sono le differenze di reddito: in quasi tutto il Ghana il reddito pro capite è di 700 dollari l’anno, contro i 2.200 di Beijing e gli oltre 32.000 di Vancouver. Ma a uno sguardo più attento, se si osservano i cortili e i tetti, si nota come ovunque gli abitanti siano impegnati a risolvere un problema antico come le città in cui vivono: produrre cibo.

Ad Accra vivono 6 milioni di persone, ma dalle aree rurali arriva continuamente gente che cerca lavoro nelle fabbriche. Mangiare costa caro, perciò in ogni dove – cortili, terreni abbandonati, cigli delle strade, discariche dismesse – si coltivano ortaggi, esotici (peperoni verdi, cipollotti, cavolfiori) o tradizionali (peperoncini, alefi, okra e suwule), destinati al consumo personale o alla vendita.

Sono più di 1.000 le persone che lavorano la terra in città, da campi minuscoli di un solo decimo o ventesimo di ettaro (10 metri per 10) a grandi appezzamenti (fino a 20 ettari in periferia). Ma l’irrigazione è uno dei problemi maggiori, non è affatto facile né economico trovare acqua pulita. Questi “contadini di città” in genere usano le acque grigie che provengono dalle proprie cucine e dai bagni. Nonostante le acque nere degli scarichi dei wc possano portare malattie, o comunque pregiudicare la salute, Accra e molte altre città del mondo stanno scoprendo i poteri fertilizzanti delle deiezioni umane.

Negli anni 90 gli urbanisti di Beijing decisero che l’agricoltura urbana era un ottimo modo per soddisfare il fabbisogno alimentare della cittadinanza e preservare con più efficienza gli spazi verdi e le risorse d’acqua e di terra; iniziarono così a offrire corsi e assistenza agli aspiranti contadini, censendo i terreni per definire l’estensione e le potenzialità delle coltivazioni urbane e cominciando a inserirle nei progetti di pianificazione a lungo termine.

Oggi a Beijing l’agricoltura urbana e periurbana (in città, in periferia o nei dintorni), oltre a fornire agli abitanti alimenti più sani e sicuri, è fonte di guadagno per chi la pratica. Tra il 1995 e il 2003, infatti, il reddito dei coltivatori dell’area circostante la capitale è raddoppiato, con decine di migliaia di campi coltivati da famiglie e 1.900 agriturismi, molto frequentati dagli abitanti della metropoli smaniosi di esperienze di natura. A coltivare la terra sono pochi (circa l’1% della popolazione), ma l’amministrazione comunale ha comunque in programma di trasformare in orti, nei prossimi 10 anni, i circa 3.000.000 mq di tetti disponibili.

Vancouver è una meta turistica molto popolare. Molti visitatori però non sanno che questa città è leader nell’incoraggiare i propri abitanti a coltivarvi frutta, verdura e altri generi alimentari, e ad acquistarli. Secondo una recente indagine, la percentuale di abitanti della capitale che coltiva ortaggi, frutta, bacche, noci o erbe officinali in cortili, balconi o in uno dei 17 orti comunitari realizzati su terreni pubblici è impressionante: il 44%. Le miti temperature e gli inverni senza gelate tipici di Vancouver sono ideali per avere raccolti quasi tutto l’anno. Qui l’agricoltura urbana è parte di un flusso maggiore di attività, con ristoranti che si riforniscono dai coltivatori locali, gruppi d’acquisto di quartiere con servizi di consegna settimanali e, due volte l’anno la Festa del raccolto in una fattoria fuori città, una occasione per mettere i cittadini a diretto contatto con la vita rurale. Ad Accra, Beijing e Vancouver (e in tante altre parti del mondo) lavorare la terra e allevare animali in città non è una novità. In un certo senso la sfida è la stessa che i “cittadini-contadini” hanno affrontato per millenni: si pensi ai giardini pensili di Babilonia, esempio classico di agricoltura urbana, o agli abitanti delle prime città di Siria, Iran e Iraq, che coltivavano verdure negli orti di casa. Ciò dipende in parte dal fatto che le città sono sorte tradizionalmente sui terreni migliori e più facilmente accessibili (in piano non è solo più agevole coltivare ma anche costruire case, palazzi e fattorie) e in parte dalla densità della popolazione, che costituisce un mercato ideale per frutta e verdure fresche.

Secondo Jac Smit, direttore dello Urban Agriculture Network, “il costo dei trasporti, che un tempo era molto più alto, era un forte stimolo a produrre cibo locale”. Ovviamente gli agricoltori urbani hanno affinato le proprie tecniche: se a Machu Picchu gli Inca irrigavano piccoli orti intensivi con l’acqua di scolo della città, oggi i più intraprendenti parigini producono lattuga biologica in serre riscaldate a vapore, proteggendo ogni singolo cespo con una campana di vetro, ed esportano i loro prodotti fino a Londra, mentre nelle città cinesi si sono perfezionati complessi sistemi di rotazione delle colture e pergolati che permettono di sfruttare ogni metro quadrato.

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Le città puntano all’autosufficienza alimentare ma le difficoltà non sono certo poche. A livello immediatamente pratico, l’altezza degli edifici oscura la luce del sole (e qui coltivare sui tetti è una soluzione efficace), mentre il terreno può essere inquinato da preesistenti residui industriali (anche se spesso i terreni agricoli, intrisi di pesticidi, non sono affatto più puliti). L’allevamento di bestiame o pesci nei pressi di aree densamente abitate e l’impatto dell’agricoltura urbana su risorse idriche spesso appena sufficienti per la città rappresentano una sfida senza precedenti in termini di salute e ambiente. Eppure, oculatamente gestita, l’agricoltura urbana può essere lo strumento migliore non solo per affrontare tempestivamente i problemi sanitari della popolazione ma anche per migliorare la qualità delle acque.

Oggi che l’acqua potabile nelle città sta diventando un bene sempre più prezioso, riciclarne ogni singola goccia è più importante che mai. È vero che gli agricoltori urbani usano acque piovane o attinte da fiumi e torrenti per irrigare, ma sempre più spesso ricorrono a una risorsa idrica ampiamente disponibile in qualsiasi città: le acque di scolo. L’Iwmi (International Water Management Institute) ritiene che molte città asiatiche e africane vi ricorrano per irrigare oltre il 50% delle coltivazioni. Consumatori e agricoltori, però, oltre all’inquinamento dell’acqua devono tenere conto anche d’altre forme d’inquinamento presenti nel cibo, come metalli pesanti e altre tossine che possono contaminare il terreno.

Nonostante tutti questi problemi, l’agricoltura urbana può portare un soffio di natura nella giungla di cemento, con benefici superiori a quelli del singolo che ricava un po’ di guadagno lavorando la terra o del residente che può contare su generi alimentari più sicuri e sani. Nel panorama urbano, le fattorie cittadine rappresentano un elemento di diversità assolutamente necessario: i campi coltivati aiutano a non disperdere e filtrare l’acqua piovana, oltre ad offrire la possibilità di riciclare i rifiuti organici e trasformarli in concime; le piante d’alto fusto, mentre danno ombra e frescura, riducono i danni dell’effetto serra; gli spazi aperti, infine, possono svolgere una preziosa funzione cuscinetto in caso d’inondazioni o terremoti. Terreni ombreggiati e fioriti sono davvero una benedizione in città sempre più tristi, non solo esteticamente ma anche in termini di riduzione dell’inquinamento.

Ampliando il discorso, l’agricoltura urbana può costituire un esempio d’uso estremamente efficiente delle risorse naturali. Coltivare in città, persino intensivamente, può richiedere fino a cinque volte meno irrigazione su un sesto della terra necessaria per coltivazioni rurali meccanizzate. A Freiberg, in Germania, chi lavora i campi sui pendii delle colline intorno alla città riceve contributi perché aiuta a prevenire i rischi da erosione. A San Salvador, in El Salvador, le piantagioni di caffé nei pressi della capitale svolgono un compito analogo, tanto che, per aiutare i coltivatori di caffé nella loro attività, è stata proposta una tassa sui consumi urbani d’acqua (che le suddette piantagioni di caffé contribuiscono a preservare).

Nei terreni paludosi a est di Calcutta gli agricoltori aiutano a proteggere l’ambiente guadagnandosi da vivere. Le paludi si estendono su 12.500 ettari e includono 254 vivai ittici (naturali o artificiali), terreni coltivati e abitazioni: tutto ciò accanto a una tra le città più popolose del continente indiano, che vi scarica quasi tutte le sue fogne. Con un particolarissimo sistema di riciclo, vivai e coltivazioni agricole estraggono le sostanze nutritive dalle acque nere; gli oltre 4.000 ettari di bacini ittici favoriscono una serie di processi fisici, biologici e chimici che aiutano a migliorare la qualità delle acque prima che sfocino nell’Oceano Indiano.

Nota popolarmente come “rene della città”, quest’area produce quasi 18.000 tonnellate di pesce l’anno e con pesca, acquacoltura, lavorazione del pescato e attività collaterali dà da vivere a circa 60.000 abitanti. Purtroppo, nonostante molte altre città costiere del mondo si ispirino a quest’esperienza, gli speculatori continuano a fare pressione sul governo perché destini l’area a est di Calcutta “a sviluppo residenziale e industriale”.

Gli agricoltori urbani, tra l’altro, sanno trasformare i problemi in soluzioni. “Usare le acque di scarico comporta sicuramente rischi sanitari e ambientali”, dice Gayathri Devi dell’Iwmi, “ma il loro utilizzo nell’agricoltura urbana e periurbana è un dato di fatto. Qualsiasi limitazione all’agricoltura urbana sarebbe non solo inutile ma provocherebbe danni socioeconomici ai coltivatori e alle loro famiglie.” Prendiamo Hyderabad, settima città dell’India e luogo d’incontro tra nord e sud del paese: qui internet e le biotecnologie stanno conoscendo una crescita senza precedenti ma 300.000 famiglie contadine, che in città coltivano ben 15.000 ettari, continuano a basarsi, per mangiare e lavorare, su un sistema irriguo decisamente antico: le acque del vicino fiume Musi, per gran parte dell’anno poco più di una fogna a cielo aperto.

Tratto da
Il nostro futuro urbanizzato
di Worldwatch Institute
Edizioni Ambiente
,
2007