Il ruolo dei biocombustibili nel futuro

Per quanto riguarda il futuro del settore energetico, non c’è ombra di dubbio che i biocombustibili avranno un ruolo di rilievo. La grande incognita è: quali saranno le dimensioni di tale ruolo? E quanto combustibile si può produrre in maniera sostenibile? È difficile fare previsioni concrete, ma gli esperti energetici convengono che nei prossimi decenni i biocombustibili potranno soddisfare buona parte della crescente domanda di combustibili per trasporto. Il ritmo di crescita e, in ultima analisi, il quantitativo di raccolto dipenderanno da molti fattori complessi e interconnessi: il prezzo del petrolio, le decisioni politiche e di investimento, i progressi agricoli e quelli nelle tecnologie di conversione.

Per secoli, l’uomo ha con grande successo coltivato piante selezionandole e ibridandole rispetto ai loro valori nutritivi. Si prevedono risultati altrettanto sensazionali via via che queste tecniche di selezione e ibridazione verranno applicate ai raccolti agroenergetici. In Germania, in Cina e anche altrove sono già stati attivati programmi di questo tipo. Sebbene sollevino una serie di questioni spinose, si utilizzano anche tecniche di ingegneria genetica. Una recente collaborazione tra la Monsanto e la Cargill ha prodotto un tipo di seme di soia che si sostiene renda il 50% di olio in più senza compromettere il contenuto di proteine.

Le proiezioni di crescita aumentano via via che gli analisti guardano più in là nel futuro, poiché si prevede che arriveranno sul mercato nuove tecnologie di conversione. La DaimlerChrysler prevede che, entro il 2015, i carburanti biodiesel avanzati potrebbero rappresentare il 10% del mercato europeo del diesel. Le agenzie governative statunitensi prevedono che entro il 2030 il biodiesel e l’etanolo potrebbero sostituire negli USA dal 25 al 50% dei combustibili derivati dal petrolio. Proiezioni di lungo periodo indicano che il settore dei residui forestali e agricoli, se implementato da colture su terreni abbandonati o marginali, potrebbe entro il 2050 produrre biomassa sufficiente alla domanda di combustibili da trasporto.

 

I maggiori produttori – Brasile, USA, Unione europea e Cina – stanno pianificando un più che raddoppio della loro produzione di biocombustibili nei prossimi quindici anni. Australia, Canada, Colombia, Costa Rica, Kenya, Indonesia, Paraguay e Thailandia sono tra i numerosi paesi che hanno predisposto programmi – o si accingono a farlo – sulle miscele di carburanti, sui crediti fiscali, sugli ingenti investimenti necessari alla ricerca e alle infrastrutture. Le spinte principali di questo processo vanno dalle preoccupazioni per l’inquinamento al cambiamento climatico, dal desiderio di aiutare le comunità rurali all’insofferenza della dipendenza dalle importazioni di petrolio.

Tradizionalmente, il settore agricolo ha svolto un ruolo fondamentale per i biocombustibili e i prodotti derivati, ma altri settori stanno diventando sempre più importanti. Memore delle resistenze iniziali dell’industria brasiliana del petrolio all’iniziativa a favore dell’etanolo, il Ministro dell’agricoltura brasiliano ha recentemente sostenuto che “oggi [le compagnie petrolifere] collaborano di più perché vedono nell’etanolo un modo per espandere le loro forniture di petrolio e ritardare la caduta dell’impero”.

E molti costruttori di automobili, di fronte a standard di emissione sempre più rigorosi, vedono nei biocombustibili una possibile soluzione. Non sorprende che la maggiore impresa di gassificazione, la Choren, sia nata da un progetto congiunto DaimlerChrysler, Volkswagen e Royal Dutch Shell, mentre il maggior produttore di etanolo cellulosico, la Iogen, sia una società in compartecipazione della Royal Dutch e della PetroCanada. Per le industrie chimiche e biotecnologiche, i biocombustibili offrono non solo i mezzi e per ridurre la propria dipendenza dal petrolio ma anche per creare nuovi prodotti e mercati: bioplastiche e tessuti, nonché gli stessi enzimi necessari alla produzione di biocombustibili avanzati.

L’attenzione alle alternative al petrolio deriva anche dal potenziale miglioramento della sicurezza nazionale e dalla possibilità di cambiare le dinamiche globali di potere. Le attuali infrastrutture energetiche sono vulnerabili a una serie di minacce, dai gravi eventi meteorologici che ne possono compromettere la produzione, la raffinazione e la capacità distributiva, fino agli attacchi terroristici.

E gran parte delle risorse petrolifere note e sfruttabili sono concentrate in un numero ridotto di paesi, il che lascia il mondo in una situazione di dipendenza da regioni instabili e ostili o che utilizzano la loro ricchezza petrolifera come leva politica.

Per contro, la scala relativamente ridotta e la disseminazione dei materiali adatti ai biocombustibili e alla loro produzione offre enormi vantaggi in termini di sicurezza energetica. Anche i più grandi impianti di biocombustibili sono estremamente più piccoli di una raffineria di petrolio. Il coinvolgimento delle grandi industrie e delle corporation internazionali può lasciar presagire un trend di centralizzazione e ampliamento degli impianti produttivi ma, in qualche misura, la natura stessa dell’energia da biomassa limiterà tale fenomeno.

Gli svantaggi dei lunghi trasporti, per esempio, scoraggeranno la costruzione di strutture produttive troppo grandi, mentre le scarse barriere di ingresso faciliteranno l’afflusso delle cooperative agricole e degli abitanti dei villaggi rurali più sperduti, che potranno così produrre il proprio combustibile. Ma il principale fascino dei biocombustibili risiede nel fatto che nessun paese o blocco di nazioni potrà mai dominare l’offerta globale, perché quasi ogni paese ne possiede un certo potenziale.

 

Attualmente, ci sono molte opzioni per generare elettricità e calore dalle risorse rinnovabili, mentre le opzioni per produrre combustibili alternativi sono limitate. Nonostante la recente attenzione sul potenziale dell’idrogeno, potrebbero essere necessari decenni e investimenti colossali per sviluppare le infrastrutture e i veicoli adatti a questo sistema.

Per contro, i biocombustibili offrono un’alternativa economicamente fattibile e già disponibile, possono avvalersi delle infrastrutture esistenti e usare gli attuali veicoli con costi aggiuntivi minimi.

Il sostegno dei governi è stato fondamentale per la crescita dell’etanolo e del biodiesel, ma è comunque il petrolio a rastrellare gran parte dei sussidi governativi. Non solo l’industria petrolifera statunitense gode di un’aliquota fiscale facilitata (11% contro il 19% di altri settori industriali) ma riceve anche sussidi indiretti, stimati in oltre 111 miliardi di dollari annui per i carburanti dei soli veicoli leggeri. In molti paesi il petrolio viene copiosamente sovvenzionato. Le reali dimensioni dei sussidi globali al petrolio non saranno mai note, perché gran parte delle grandi compagnie petrolifere sono di proprietà dello Stato e perché in questo settore la mancanza di trasparenza rappresenta la norma. Sgravi fiscali, garanzie di prestito e normative sulle miscele – tutti strumenti di promozione dei biocombustibili – potrebbero non essere più necessari se i prezzi globali del petrolio rimarranno alti, ma al momento sono importanti per alimentare la prossima generazione di tecnologie. L’espansione di politiche di supporto dei biocombustibili e la graduale eliminazione dei sussidi al petrolio saranno essenziali per spianare il terreno di gioco dei mercati energetici.

 

Via via che l’economia dei biocombustibili cresce, è importante dirigerla verso un percorso sostenibile, assicurandosi che non vada a creare nuovi problemi. Agli inizi del 20° secolo si parlava della “magia del petrolio”. Oggi pochi hanno un atteggiamento altrettanto ottimista e ingenuo nei confronti dei biocombustibili, perché con un’espansione così rapida una certa cautela è più che giustificata. Se sviluppata malamente, l’economia dei biocombustibili potrebbe depauperare i suoli, causare inquinamento idrico e atmosferico, soppiantare le colture agroalimentari e gli habitat di altre specie, e magari non portare nemmeno vantaggi alle comunità rurali. E se la richiesta d’energia continuerà a aumentare, è probabile che i biocombustibili riusciranno a malapena a integrare i combustibili petroliferi, anziché sostituiri, aggiungendo nuovi livelli di inquinamento.

I decisori politici devono giocare un ruolo significativo perché si massimizzino i benefici e si minimizzino i rischi di un’economia basata sui biocombustibili. Si dovranno indirizzare gli aiuti all’agricoltura specificamente a favore della sostenibilità agricola, per garantire che le biomasse per la combustione non vengano prodotte a scapito delle generazioni future o di piante e di animali selvatici. E sovvenzionando impianti di etanolo di piccole dimensioni, anziché le grandi raffinerie e i giganti dell’agricoltura, i governi offriranno maggiori benefici alla società: ad esempio la provincia dello Saskatchewan (Canada) ha recentemente approvato una normativa a sostegno di piccoli impianti di etanolo di proprietà degli agricoltori. Utilizzando materiali e sostanze chimiche biologiche e non tossiche, si possono tutelare coloro che vivono a valle delle raffinerie o delle discariche, e in generale il grande pubblico. I governi devono anche collaborare con le imprese private poiché le nuove tecnologie sono vitali per la crescita di biocombustibili sostenibili, e altrettanto lo sono gli investitori disposti a correre il rischio di finanziare imprese innovative.

Qualsiasi progetto che promuova la produzione e l’utilizzo di biocombustibili su larga scala deve rientrare in una più ampia strategia di riduzione del consumo energetico totale. Oltre a porre fine ai sussidi ai combustibili tradizionali, i governi devono sostenere una pianificazione urbana e un trasporto di massa più intelligente, incoraggiare la coltivazione biologica e promuovere lo sviluppo di veicoli più leggeri e più efficienti.

 

I politici, le imprese e gli agricoltori innovativi possono avvalersi di altre iniziative atte a rendere le comunità più vivibili e creare soluzioni vantaggiose per tutti. Per esempio, le bioraffinerie urbane o periferiche potrebbero ridurre i problemi dello smaltimento dei rifiuti solidi e generare combustibile e altri materiali. E la produzione di biocombustibili potrebbe contribuire alla diversificazione del territorio agricolo, mentre gli impianti di biocombustibili di proprietà degli agricoltori potrebbero offrire flussi stabili di reddito alle comunità rurali e contribuire a mitigare la migrazione urbana.

L’aumento della quota di biocombustibili nei trasporti potrebbe portare un cambiamento determinante nella storia energetica globale. Se l’esplorazione e la trivellazione del petrolio avevano caratteristiche simili alla caccia (moltissimi tentativi, pochi risultati ma di grande valore) l’economia dei biocombustibili potrà assomigliare di più all’agricoltura: per diventare ricchi dovremo prenderci cura dei campi in cui coltiviamo energia con pazienza e responsabilità.

Tratto da
Rapporto sullo stato del pianeta - Focus Cina e India
di Worldwatch Institute
Edizioni Ambiente
,
2006