Biodiversità e agricoltura

 

Dall’inizio del secolo scorso, il 75% della biodiversità genetica delle colture agricole è andata perduta. In Cina fino al 1949 si coltivavano circa 10.000 varietà di grano, ma nel 1970 queste si erano ridotte a 1.000. Di tutte le varietà di mais note in Messico nel 1930, solo il 20% è tuttora presente. Nelle Filippine i contadini coltivavano migliaia di varietà di riso, ma, negli anni ’80, nel 98% delle risaie ne crescevano solo due. Nei paesi in via di sviluppo, le varietà di riso introdotte una quarantina d’anni fa dalla Rivoluzione Verde occupano oggi oltre metà delle risaie. Secondo Patrick Mulvany, dell’Intermediate Technology Development Group, nel mondo ci sono tra le 7.000 e le 10.000 specie di piante commestibili, di cui circa 100 fondamentali per la sicurezza alimentare della maggior parte dei paesi del mondo; eppure solo 4 — mais, riso, grano e patate — forniscono il 60% dell’energia alimentare mondiale.

Il patrimonio genetico degli animali da allevamento è attualmente un altro motivo di preoccupazione. Sebbene da più di un secolo ci si impegni a conservare il patrimonio vegetale del pianeta — le prime banche di semi furono fondate in Russia nel 1894 — è solo da pochi decenni che ci si preoccupa di conservare la biodiversità degli animali domestici. Secondo la FAO la crescente domanda di carni, uova, latte e altri prodotti di origine animale ha costretto i produttori ad abbandonare le razze autoctone a favore di un numero sempre più limitato di razze ad alta produttività.

Nell’ultimo secolo sono scomparse 1.000 razze (circa il 15% di tutte quelle bovine e avicole del mondo), 300 delle quali negli ultimi 15 anni. Il problema è stato maggiore nei paesi industrializzati, in cui si è intensamente industrializzata anche l’agricoltura. Dal secolo scorso a oggi, in Europa oltre la metà delle razze domestiche locali si è estinta e il 43% di quelle rimaste è a rischio d’estinzione. All’aumento del consumo di proteine nei paesi in via di sviluppo si è accompagnato un impoverimento dello stock genetico del bestiame locale, che è stato sostituito da quello ad alta produttività per l’allevamento industriale. Questa omogeneità biologica rende molto difficile per gli allevatori di tutto il mondo fronteggiare i parassiti, le malattie e i cambiamenti climatici.

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Secondo José Esquinas-Alcazar, Segretario della Commission on Genetic Resources for Food and Agriculture, “il patrimonio genetico è la base della sicurezza alimentare”. Esquinas-Alcazar paragona le migliaia di differenti varietà di colture e di bestiame ai pezzi del LEGO: “Come i bambini usano pezzi di diverso formato e colore per costruire una casa o un castello, così noi, per costruire la sicurezza alimentare, in agricoltura abbiamo bisogno di tutti i piccoli pezzi che formano la diversità genetica.” Anche nelle nazioni ricche gli agricoltori dipendono da un costante apporto di germoplasma esotico per sviluppare nuove varietà resistenti a parassiti e malattie. Le più recenti tecnologie di selezione delle colture, compresa l’ingegneria genetica, si basano ancora su geni e varietà presenti in natura. La coltivazione diversificata è la custode migliore della diversità, visto che le banche dei semi, le librerie del germoplasma e gli altri sistemi di conservazione della diversità rischiano il deterioramento, il fallimento e perfino sabotaggio.

Ma la diversità genetica delle colture non è importante solo per l’agricoltura industriale. In India, i membri del Navdanya Movement stanno fronteggiando la perdita di biodiversità (e la minaccia rappresentata dalle multinazionali, che possiedono sementi brevettate) proteggendo le varietà locali di grano, riso e altre piante che vengono catalogate e dichiarate proprietà comune. Il Movimento ha anche fondato depositi e banche dei semi di proprietà degli abitanti, e contribuito alla costituzione delle cosiddette “zones of freedom”: villaggi che rifiutano l’uso di fertilizzanti e pesticidi chimici, semi geneticamente modificati e brevettati. La diversità delle specie riduce la dipendenza da costose sostanze agrochimiche e da altri prodotti, inoltre contribuisce alla resilienza, proteggendo così dalle infestazioni parassitarie e dai cambiamenti climatici. Per giunta quando i coltivatori producono per il fabbisogno locale, invece che per l’esportazione, il loro bacino di clienti si diversifica notevolmente, incoraggiandoli a coltivare una più ricca varietà di piante. È così che la diversità delle colture rafforza l’autosufficienza.

In questo periodo segnato dall’“allarme terrorismo”, le aziende agricole che abbandonano la diversità genetica hanno già perso la loro battaglia. Non importa quanto potenti siano i loro mezzi tecnologici: gli allevamenti di animali affollatissimi e immensi sono più vulnerabili alla diffusione delle malattie di quelli piccoli e diversificati. Secondo Chuck Bassett, dell’American Livestock Breeds Conservancy, “la perdita del patrimonio genetico delle risorse zootecniche rende più difficile per i singoli animali sopravvivere a un disastro, sia esso naturale, causato dall’uomo o da atti terroristici. Un agente infettivo può senza alcun problema decimare il 90% di un allevamento industriale, mentre un allevamento sostenibile sarà più resistente.”

Tratto da
Sicurezza globale
di Worldwatch Institute
Edizioni Ambiente
,
2005