Il petrolio la guerra e la sicurezza civile

 

La lunga storia del petrolio è costellata da rivalità, corruzione, repressioni politiche, strategie complesse e guerre aperte. Alla scala globale del confronto tra grandi potenze questa storia ha inizio nel 1912, quando la marina britannica cominciò a sostituire nella propria navi il carbone del Galles con il petrolio, per ottenere maggior velocità e autonomia. La Gran Bretagna però non possedeva risorse petrolifere interne e decise quindi di usare proprio la flotta militare per assicurarsi rifornimenti affidabili, segnando l'inizio di un periodo di profondi disordini nello scenario politico mediorientale. Questa fase è terminata solo nel 1956, con la crisi di Suez, quando gli Stati Uniti presero il posto del Regno Unito come potenza dominante nel Medio Oriente.

La Prima Guerra Mondiale fece comprendere il valore strategico del petrolio — un ufficiale francese lo definì “il sangue della vittoria” — che proprio in quegli anni assunse un'importanza vitale per le navi da guerra, per le fabbriche di armamenti e per i nuovi strumenti di guerra come i carri armati e gli aerei. Durante la Seconda Guerra Mondiale le economie industrializzate e le forze armate di tutti i maggiori paesi belligeranti necessitavano di un accesso sicuro al petrolio per i combustibili e i lubrificanti, ma solo gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica godevano di un abbondante rifornimento interno. Fu la mancanza di questa risorsa che spinse i giapponesi a invadere il Sudest Asiatico e i tedeschi la Russia, e il fallimento di queste invasioni contribuì alla sconfitta dell'Asse.

Il ruolo essenziale degli inglesi nella creazione dell'Iraq aveva in parte come scopo quello di tenere sotto controllo il flusso del petrolio; negli anni Venti le compagnie petrolifere statunitensi si allearono con quelle inglesi nella ricerca di petrolio in Medio Oriente. Ma la Seconda Guerra Mondiale segnò una nuova fase di profondo coinvolgimento degli Stati Uniti nella regione quando, negli anni Quaranta, i politici statunitensi ebbero una percezione più precisa dell'incredibile quantità di petrolio racchiuso nel sottosuolo del Golfo Persico. All'inizio del 1945, l'allora presidente Franklin D. Roosevelt e il re saudita Abdul Aziz Bin Abdul Rahman Al-Saud si incontrarono a bordo di una nave da guerra statunitense per negoziare l'avvio di una relazione ufficiale che continua fino ai giorni nostri. I sauditi guadagnarono così un potente protettore in grado di salvaguardarli dai molti nemici che avevano nella regione, e gli Stati Uniti posarono “la pietra miliare della [loro] macchina industriale del dopoguerra”.

Alla fine della guerra i campi petroliferi degli Stati Uniti fornivano ancora circa i due terzi del petrolio di tutto il pianeta; ma il boom della crescita economica del dopoguerra spinse la domanda alle stelle. A partire dal 1948 gli Stati Uniti sono quindi divenuti un paese importatore netto di petrolio, e da lì in poi la loro dipendenza dalle importazioni è sempre cresciuta, come del resto è avvenuto in quasi tutte le altre nazioni industriali. Le vaste riserve di petrolio dell'Arabia Saudita e degli altri paesi del Golfo hanno assunto importanza così vitale anche perché il loro sfruttamento ha permesso agli Stati Uniti di conservare le proprie riserve.

L'influenza sempre maggiore esercitata dagli Stati Uniti nella regione ha consentito la formazione di una rete di relazioni commerciali legate agli USA, che ha reso efficiente l'estrazione ed esportazione di petrolio grazie alla Arabian American Oil Company (meglio conosciuta come Aramco) e ad altre società. In Arabia Saudita, e negli altri stati che si affacciano sul Golfo, la produzione è vertiginosamente aumentata mentre la famiglia reale e i suoi alleati moltiplicavano le loro ricchezze. Anche se fra gli anni Sessanta e Settanta le società petrolifere statunitensi e occidentali furono espropriate, continuò comunque la dipendenza saudita dagli ingegneri e dai manager occidentali. I soldi del petrolio hanno permesso ai sauditi di acquistare anche una gran quantità di forniture militari occidentali, dagli scarponi per l'esercito agli aerei da combattimento ai sistemi radar. E l'amministrazione statunitense, ansiosa di proteggere quel petrolio dall'Unione Sovietica, dall'Iran e dagli altri pretendenti — oltre che per migliorare la propria bilancia dei pagamenti — non ha esitato a venderglieli.

Il petrolio comunque era, e rimane, troppo importante per essere lasciato in balìa del mercato, e da sempre ha indotto un approccio da realpolitik nelle relazioni internazionali con l'imposizione di misure forti, perfino spietate, pur di assicurarsi l'accesso al petrolio. Già nel 1946 l'economista americano Herbert Feis sosteneva che “gli interessi americani devono avere un controllo reale di fonti di rifornimento adeguate e opportunamente collocate, o per lo meno averne garantito l'accesso.” Questo linguaggio esplicito rispecchia la volontà di usare la forza militare, espressa per la prima volta negli anni Cinquanta quando i due presidenti Truman ed Eisenhower si impegnarono con Ibn Sa'ud a intervenire contro eventuali minacce alla sovranità saudita.

Da almeno trent'anni gli Stati Uniti hanno predisposto piani militari per impadronirsi di campi petroliferi chiave in Medio Oriente nel caso diventasse necessario per garantirsi il flusso di petrolio; piani indotti dall'embargo arabo del 1973-74, quando il petrolio venne usato per la prima volta come arma contro gli interessi occidentali. Dopo la fine dell'embargo, il segretario di stato Henry Kissinger descrisse al Business Week le circostanze in cui si riteneva possibile usare la forza per difendere l'approvvigionamento di petrolio. Nel gennaio 1980, nel suo ultimo discorso sullo stato dell'Unione il presidente Jimmy Carter annunciò ancor più apertamente che qualsiasi tentativo (altrui) di controllare il Golfo Persico sarebbe stato considerato come “un attacco agli interessi vitali degli Stati Uniti” e sarebbe stato respinto con tutti i mezzi necessari, “compresa la forza militare”. La “Dottrina Carter” venne di fatto invocata nel 1991, quando gli eserciti della coalizione cacciarono l'Iraq dai campi petroliferi del Kuwait, occupati qualche mese prima.

La “Dottrina Carter” fa tuttora parte della politica statunitense. E la posta è più alta che mai: gli Stati Uniti consumano un quarto della produzione mondiale di petrolio, e anche se negli ultimi anni le fonti di importazione di petrolio sono state diversificate il Golfo Persico continua a fornire un quinto delle importazioni statunitensi. Ma anche alleati importanti degli USA, tra cui il Giappone e molte nazioni dell'Europa occidentale, dipendono in modo considerevole dal petrolio di questa regione e, nel corso degli anni, la produzione del Golfo Persico ha contribuito a stabilizzare i prezzi mondiali del petrolio su livelli relativamente bassi a beneficio dei paesi importatori.

Un calo della produzione — soprattutto da parte dell'Arabia Saudita — potrebbe avere conseguenze devastanti per l'economia del mondo intero. In questo contesto, le ultime guerre nella regione del Golfo possono essere interpretate come ulteriore esercitazione per il mantenimento della Dottrina Carter. Nell'aprile 2001 un rapporto sulla politica energetica, indirizzato al vicepresidente statunitense da un centro di ricerca legato al Partito Repubblicano, evidenziava come in un periodo di riduzione della fornitura petrolifera e di declino delle scorte, l'Iraq fosse diventato un produttore chiave “fluttuante” con un'influenza destabilizzante. Visto che avrebbe permesso di garantire il controllo sulle riserve petrolifere dell'Iraq (che rappresentano il 10% di quelle mondiali) e sulla sua capacità produttiva, l'invasione del 2003 era tesa non solo a prevenire che Saddam Hussein influenzasse i prezzi mondiali del petrolio, ma anche a togliergli questo potere a favore degli Stati Uniti.

Secondo una stima a medio termine, il costo diretto per i contribuenti statunitensi del mantenimento di una presenza militare dal 1993 al 2003 con il compito di garantire il flusso di petrolio dal Medio Oriente è stato di 49 miliardi di dollari l'anno. Questi costi — che non si pagano quando si fa benzina — non comprendono gli ulteriori stanziamenti relativi alle due guerre condotte dagli Stati Uniti in Iraq, e, ovviamente, non comprendono neppure i costi umani — la morte o la mutilazioni dei soldati, il dolore dei loro parenti e amici — delle azioni militari.

Tratto da
Sicurezza globale
di Worldwatch Institute
Edizioni Ambiente
,
2005