L'evoluzione del rapporto tra etica e diritto in materia di emergenze ambientali
Può essere opportuno sottolineare che in materia di emergenze ambientali e biosferiche il dibattito giuridico si trova esposto a difficoltà non molto diverse da quelle che riguardano il dibattito etico-culturale, sia sul piano di oggettive trasformazioni della natura dei problemi da trattare, sia sul piano di nuovi difficili iter da intraprendere per favorire una convergenza costruttiva di idee e di posizioni spesso tra loro molto diverse.
Fra queste difficoltà rientra in primo luogo il fatto che le problematiche emergenti nelle nostre “società del rischio” si moltiplicano e ingigantiscono a velocità crescente, dettata dagli inarrestabili avanzamenti tecnico-scientifici (§7.12); per cui, analogamente a quanto avviene nell’ambito del dibattito etico, anche nel dibattito giuridico gli operatori si trovano a seguire l’evolvere dei problemi con un certo ritardo, anzi con un ritardo ancora più grave a causa del suo “maggiore livello di formalizzazione, che esige fonti qualificate di produzione delle norme” [Eusebi 1998, p. 274].
In secondo luogo va tenuto presente che anche il diritto (come l’etica) si trova a fare i conti con il “pluralismo etico e culturale” che contraddistingue le società contemporanee, con la conseguente difficoltà di dover elaborare “regole condivise” – e calibrate in modo da ottenere il massimo di adesione spontanea – da parte di una moltitudine di soggetti che, nei fatti, è portatrice di molteplici e differenti ottiche e convinzioni etico-culturali. Per cui “risulta sempre più difficile ricorrere al diritto per imporre valori non condivisi” [Rodotà 1997, p. VIII].
Tuttavia le obiettive difficoltà di definire negli attuali “contesti pluralistici” valori condivisi da tutelare non ci sottraggono dall’obbligo, per molti versi categorico, di ricercare possibili convergenze. Infatti va tenuto ben presente che il “pluralismo” non rappresenta un fenomeno transitorio che potrà essere superato nel tempo, ma una irreversibile caratteristica strutturale acquisita dalle nostre società, con la conseguenza che “la salvaguardia del confronto continuo e della molteplicità degli approcci diventa un valore in sé” [Braidotti, Rodotà, Nespor, Maffettone 1995, p. 16].
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Il problema dell’urgenza e della globalizzazione dell’agire ecologico ha quindi finito per dar vita a diversi tentativi di messa a punto di “iter” non scevri di difficoltà, che in qualche misura implicano anche la traduzione in disegni giuridici di molte delle idee dibattute e maturate nell’ambito dell’etica ambientale e dell’eco-filosofia; finendo così il diritto per svolgere l’importante funzione di “traghettare” dall’ambito etico-culturale a quello giuridico la tutela di diritti riguardanti cose e persone (la biosfera e le generazioni future, ad esempio) un tempo estranei al campo di interesse della cultura giuridica. Si rende così possibile, in definitiva, il passaggio dalla dimensione etica (imperativa per la coscienza del singolo o di ristretti insiemi di persone) alla dimensione politico-giuridica (prescrittiva per tutti i cittadini) sulla base di una riflessione giuridica costantemente sollecitata da “fondamentali intuizioni etiche” che, in genere, si pongono alla base di ogni indispensabile aggiornamento del diritto. Sotto questo punto di vista, quindi, l’odierna etica applicata si configura come un vero e proprio “stadio pre-giuridico”, ovvero come un ambito in cui in via preliminare si analizzano e si mettono a fuoco “possibili e condivisibili” interpretazioni, ipotesi e soluzioni. (…)
