Mafia e energie rinnovabili
Le mani della criminalità organizzata sulle energie rinnovabili. È il nuovo affare delle cosche, in Calabria come in Puglia e Sicilia. L’ultimo caso è stato scoperto lo scorso febbraio con l’operazione Naos, condotta dal Ros dei carabinieri a dai magistrati della Dda di Perugia. Un pericoloso intreccio fra cosche, uomini politici, bancari e imprenditori-prestanome, per allungare i tentacoli della ‘ndrangheta sulla realizzazione di opere pubbliche, centri commerciali e insediamenti turistici. In manette presunti affiliati alle cosche calabresi dei Morabito-Bruzzaniti-Palamara, ma anche funzionari di banca e uomini politici calabresi.
Il progetto più interessante riguarda la realizzazione di una centrale idroelettrica nella Vallata dello Stilaro, a Bivongi. E impianti eolici nel territorio dello stesso comune. Fatti che dimostrano la perfetta conoscenza che gli ‘ndranghetisti hanno delle leggi e dei finanziamenti sulle fonti rinnovabili. Così, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare del Gip di Perugia, “in data 14 settembre 2006, venivano costituite la Teti Spa e la Bnn Costruzioni Srl, entrambe con sede legale in Perugia, società funzionalmente volte l’una alla ristrutturazione della centrale idroelettrica, l’altra alla gestione e produzione dell’energia”. Quali i progetti? “Da accertamenti esperiti si è appreso che la centrale elettrica è sita nel comune di Bivongi (Rc) ed è attualmente inattiva. È stato appurato altresì che presso quell’amministrazione comunale sono stati presentati progetti per la riutilizzazione o riqualificazione della suddetta centrale e per la realizzazione di impianti per la produzione di energia alternativa di tipo eolico”. L’idea è molto semplice, come spiega il sostituto procuratore della Dna Alberto Cisterna: “In Calabria ci sono molte piccole centrali idroelettriche abbandonate dopo la nazionalizzazione o perché ritenute meno convenienti rispetto alle centrali termoelettriche. Ma ora, dopo le leggi che favoriscono e finanziano le energie rinnovabili, sono tornate convenienti e la ‘ndrangheta ci investe”. Così uno dei mafiosi arrestati, Giuseppe Benincasa, spiega “di essere in procinto di realizzare una centrale idroelettrica in Calabria per la produzione di elettricità da rivendere all’Enel”. E un altro degli arrestati Luigi Cecioni, evidentemente molto bene informato, in un’intercettazione, spiega: “...siccome è rinnovabile, questa energia che si chiama energia verde viene acquistata dalle grandi... Capito... quelli produttrici tipo l’Enel tipo... tipo che ne so la Edison tipo, insomma queste che producono energia con... bruciando carbone, bruciando metano facendo tante cose, però devono avere una produzione di energia che in pratica, una parte deve essere fatta con queste fonti rinnovabili e se non ce l’hanno la devono comprare, una specie di mercato, una specie di borsa capito?”.
Un grosso affare da non perdere, al punto di minacciare i concorrenti. Uno di loro il 9 novembre 2006 presenta una denuncia alla Stazione Carabinieri di Monasterace Marina (Rc), raccontando che due uomini gli avevano testualmente detto: “Nessuno deve venire da fuori a fare i lavori nel nostro territorio perché noi non stiamo con le mani in mano e i lavori della centrale li facciamo noi”. Un affare troppo importante, al punto da far giungere a un’intesa gli esponenti delle cosche reggine nel corso di un summit proprio a Monesterace. Nelle conversazioni telefoniche intercettate dai carabinieri del Ros si fa riferimento, come scrive il Gip di Perugia, a un incontro tra “gruppi criminali storicamente non alleati che hanno stabilito accordi volti a dirimere le passate controversie”. A conclusione del summit i due gruppi contrapposti (Ielo-Vadalà e Ruga-Metastasio) trovarono, aggiunge il Gip, una “intesa di massima sulla realizzazione della centrale idroelettrica di Bivongi”. L’esito della trattativa sarebbe da attribuire ad Antonio Vadalà che, evidenzia il Gip, “godeva di intese politico-istituzionali, riuscendo a gestire le trattative con l’appoggio dell’assessore Tripodi”. L’uomo politico, ex responsabile per il turismo e le attività produttive, finito in manette e poi scarcerato, viene tirato in ballo in varie intercettazioni. In una del dicembre 2006 Antonino Vadalà affermava: “Loro hanno capito che con noi hanno da guadagnare pure, ci vuole... perché io cosa avevo pensato di chiamare l’assessore e gli dico ‘il progetto tu lo firmi a me non a loro’”. In un’altra intercettazione dello stesso mese un altro degli arrestati, Luigi Martinelli, così spiega: “Ci hanno aperto totalmente le porte sopra a tutto... perché là c’è il fatto del gioco non come ‘viene viene’... è l’anello di congiunzione con il politico... Pasquale Tripodi di Bova... hai capito? ...infatti l’altra sera abbiamo mangiato con lui... ed è colui che firmerà le concessioni delle centrali idroelettriche”.
Puntava invece decisamente sul vento una cosca pugliese colpita il 31 marzo dall’indagine condotta dai carabinieri del Comando provinciale di Brindisi e coordinata dalla Dda di Lecce sull’intreccio tra criminalità organizzata e amministrazioni politiche. Avrebbe, infatti, mirato anche alla realizzazione di un parco eolico, ottenendo ovviamente i relativi finanziamenti pubblici, il gruppo malavitoso legato a un troncone brindisino della Sacra Corona Unita. L’obiettivo era di far nascere il parco eolico nei terreni di Andrea Bruno, di Torre Santa Susanna (Brindisi), ritenuto a capo dell’organizzazione, con autorizzazioni da chiedere al comune e alla regione. Il clan legato alla famiglia Bruno è sospettato tra l’altro di infiltrazioni nell’attività delle amministrazioni locali, per ottenere favori e guadagni in cambio di un appoggio elettorale. L’interesse delle cosche sull’eolico non è un fatto nuovo. Ed è l’ennesima dimostrazione di come le mafie facciano affari dovunque, soprattutto in settori economici promettenti. Così, sia Cosa Nostra che ‘ndrangheta hanno annusato l’affare, ovviamente più interessate a guadagnarci che a tutelare l’ambiente o il portafoglio dei cittadini. Due gli altri casi finora accertati, che coinvolgono amministrazioni locali e perfino industrie straniere (un’ulteriore importante inchiesta è in corso in Sicilia). La prima storia riguarda il comune di Vicari in provincia di Palermo ed emerge dalla vicenda dello scioglimento del consiglio comunale per infiltrazione e condizionamento della mafia. “L’organo ispettivo – si legge nel decreto di scioglimento del 25 ottobre 2005 – ha evidenziato diverse incongruenze nella stipula della convenzione con la società prescelta dall’amministrazione comunale per la realizzazione di un impianto eolico; in particolare – prosegue il documento –, le indagini hanno posto in luce un interessamento della cosca locale mafiosa alla determinazione dei corrispettivi che la società prescelta dall’amministrazione comunale avrebbe dovuto corrispondere ai privati titolari delle aree oggetto dell’intervento. La commissione evidenzia che tra i titolari di dette aree risultano tra l’altro il sindaco, diversi consiglieri comunali e loro parenti, nonché familiari di soggetti mafiosi”.
La seconda storia riguarda il comune di Isola di Capo Rizzuto, in provincia di Crotone, tornato al voto il 28 maggio 2006 dopo ben tre anni di commissariamento per i pesantissimi condizionamenti da parte della sanguinaria cosca degli Arena. Condizionamenti e infiltrazioni che, malgrado il difficile ma ottimo lavoro dei commissari straordinari, sono stati tentati fino all’ultimo. Esemplare proprio la vicenda che riguarda un progetto di parco eolico. Un’industria tedesca aveva chiesto l’autorizzazione a costruirne uno. Ma al momento di leggere i documenti, racconta uno dei commissari, il prefetto Antonio Ruggiero, “ci siamo accorti che la proprietà dei terreni sui quali doveva essere costruito il parco eolico era ascrivibile agli Arena”. Così tutto è stato bloccato, la pratica passata alla regione ed è partita anche una segnalazione alla Procura di Crotone. Affare sfumato, almeno per ora, per la ‘ndrangheta.
Toni Mira
Giornalista dell'Avvenire

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