Guerre alimentari: OGM e WTO

La controversia tra Europa e Stati Uniti sulla carne agli ormoni, oggi pienamente deflagrata, era sorta all’epoca dell’Uruguay Round (1993), perché secondo una legge europea tale carne non può essere venduta nella Comunità Europea. Da quando è stato varato – alla fine degli anni ’80 – il provvedimento europeo è stato sempre applicato sia alle carni di produzione interna sia a quelle d’importazione, ed è quindi riuscito a superare la prova fondamentale della non-discriminazione stabilita dal WTO.

L’Unione Europea ha sempre ribadito che non si tratta di una barriera agli scambi commerciali, bensì di una risposta cautelativa nei confronti dei timori, confermati anche dai risultati di alcuni studi, che mangiare carne trattata con gli ormoni della crescita possa causare il cancro o indurre problemi di fertilità. Ma poiché ciò impediva agli allevatori americani, strettamente dipendenti da mangimi contenenti ormoni, di esportare merci per molte centinaia di milioni di dollari, il governo americano è stato “costretto” a portare la controversia al WTO. Il successivo accordo SPS ha fornito nuove armi alla campagna USA che mira a utilizzare le regole degli scambi internazionali per mettere fuori gioco questa legge europea.

La vicenda è culminata, nel febbraio 1998, in una nuova sessione giudicante che ha decretato che la legge europea violava le regole del WTO. L’argomentazione di fondo era che la legge si basava su una valutazione di rischio inadeguata; argomentazione che ha indotto la commissione giudicante a negare la difesa europea basata sul principio precauzionale. Gli ambientalisti inorridirono: l’Associazione di consumatori statunitensi Public Citizen dichiarò: “il WTO ha approfittato di un conflitto sulle carni agli ormoni per ergersi ad arbitro supremo delle politiche di sicurezza dei paesi e la decisione presa al riguardo sminuisce le prerogative democratiche nazionali atte a salvaguardare la salute e il benessere dei cittadini”.

La controversia sulla questione degli ormoni è ormai considerata un semplice banco di prova rispetto a quella che si prospetta oggi sugli organismi geneticamente modificati (OGM). Anche in questo caso, gli antagonisti principali sono l’Unione Europea e gli Stati Uniti. Spinta dai timori dell’opinione pubblica circa i possibili effetti degli OGM su salute e ambiente, l’U.E. ha adottato, nel 1998, un regolamento che prevede per gli alimenti contenenti soia o mais geneticamente modificati l’obbligo di essere muniti di una etichetta che ne dichiari esplicitamente la presenza. Numerosi altri paesi, tra cui Australia, Brasile, Giappone e Corea del Sud stanno imboccando la stessa strada.

Un gran numero di prodotti alimentari di origine USA (soprattutto pane, condimenti e gelati) contengono OGM, mentre molti produttori europei, spinti dall’opinione pubblica, si dichiarano contrari all’utilizzo degli OGM. Gli Stati Uniti, quindi, lamentano che l’obbligo di etichettatura equivale ad una barriera commerciale e, insieme al Canada, sostengono questa posizione al WTO e nelle altri sedi di dibattito internazionale.

Le aziende americane, inoltre, sono danneggiate dal fatto che l’Europa e la maggior parte dei paesi nel resto del mondo tendono a rallentare l’approvazione dell’utilizzo di numerose sementi geneticamente modificate e della vendita dei raccolti da esse derivati. Il business USA ha visto prosciugarsi mercati di enorme valore: le esportazioni di mais statunitense in Europa sono praticamente cessate, poiché è impossibile tener separate, con un buon grado di sicurezza, le varietà tradizionali da quelle modificate. La situazione si evolve molto lentamente: i ministeri dell’ambiente europei hanno approvato, nel giugno 1999, una moratoria su nuove approvazioni di sementi, valida per tutto il tempo della revisione delle normative UE in tema di OGM, faccenda che richiederà almeno un paio di anni.

Come nella vicenda della “carne agli ormoni”, gli Stati Uniti ritengono che le restrizioni in materia di OGM vìolino le regolamentazioni del WTO, in quanto non è dimostrato scientificamente che tali organismi abbiano effetti nocivi sulla salute e sull’ambiente. L’Unione Europea e numerosi altri paesi obiettano che l’etichettatura e le politiche restrittive rappresentano provvedimenti cautelativi nei confronti di una nuova tecnologia che ha, potenzialmente, effetti ecologici e sanitari enormi, la cui entità è ancora offuscata dalla mancanza di certezze scientifiche. È quindi necessario ricorrere ad un principio precauzionale finché non se ne saprà di più.

In particolare, molti osservatori in tutto il mondo ritengono che l’etichettatura sia un modo ragionevole di rispondere alle preoccupazioni dei consumatori: opporsi a tale richiesta è considerato una minaccia al “diritto di informazione” dei consumatori stessi.

La prima vittima di questa guerra commerciale è stato il Protocollo sulla “biosicurezza”, nell’ambito della Convenzione sulla Biodiversità delle Nazioni Unite, che doveva concludersi nel febbraio del 1999. I negoziati, in corso da alcuni anni, miravano a mettere a punto un sistema di pre-consenso al trasporto di sementi e prodotti di ingegneria genetica. Gli incontri preliminari dovevano chiudersi in febbraio a Cartagena, in Colombia; ma sei dei maggiori esportatori mondiali (Argentina, Australia, Canada, Cile, Stati Uniti e Uruguay) hanno dato un brusco stop alla vicenda, rifiutando l’accordo. La motivazione principale addotta dagli Stati Uniti è stata proprio che l’accordo era in contraddizione con le regole del WTO. A tutto il dicembre 1999, i negoziati si trascinano nel tentativo di mediare tra queste posizioni.

Negli ultimi anni, il problema degli OGM è rimbalzato, all’interno del WTO, da una commissione all’altra e presto dovrà essere affrontato in modo più deciso. USA e Canada spingono perché sia messo all’ordine del giorno in modo esplicito nei prossimi incontri. Su entrambe le sponde dell’Atlantico ci si prepara ad una vera e propria guerra.

Tratto da
Le contraddizioni tra neoliberismo e sostenibilità
di Hilary French
Edizioni Ambiente
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2000