La sostenibilità dell'esperienza. Tecnologie virtuali per rappacificarsi con la materia
Parole chiave:
Sociale / Politico |
Tecnologie |
Stili di vita
Ci troviamo a vivere in un contesto nel quale vediamo crescere insicurezza e paura, sentimenti che gli eventi politici e sociali degli ultimi anni hanno alimentato. Le costanti emergenze ambientali non fanno che accrescere questo stato di malessere che finisce per investire tutti gli aspetti della nostra esistenza e delle comunità nelle quali viviamo. In questo scenario le nuove tecnologie sono spesso presentate come una soluzione praticabile, attraverso la possibilità di tradurre in “immaterialità” la materialità degli oggetti, riducendo consumi, scarti, impatto e incrementando efficienza e potenzialità. Tuttavia proprio in questi tempi da Rumore Bianco la materialità, il corpo e il contatto umano costituiscono un antidoto all’ansia cui è difficile rinunciare.
Viviamo inoltre nella società della conoscenza e della tecnologia digitale e il nostro sistema economico e produttivo – intendo quello dei paesi occidentali – è basato sempre più su valori immateriali: la nostra materialità l’abbiamo “esportata” nei paesi in via di sviluppo o di recente industrializzazione. Tuttavia, in questo modo stiamo rischiando di perdere quelle forme di cultura del fare, legate alla materia e tramandate attraverso l’esperienza, che hanno dato vita a preziosi giacimenti culturali e ambientali.
È quasi come se stessimo coltivando una forma di fobia nei confronti della materia che ci si è rivoltata contro e cerchiamo di allontanare e annullare; persino l’estetica di questi ultimi anni denuncia questo modo di sentire attraverso un minimalismo estremizzato, l’assenza del colore e l’essenzialità delle forme. È tuttavia una fobia che denuncia una contraddizione forte con il nostro sempre più frenetico bisogno di “produrre” e “consumare” merci per garantire la sopravvivenza del sistema che abbiamo costruito.
Nello scenario che mi piace immaginare, la tecnologia non è affatto la soluzione in grado di emancipare l’individuo dalla materia ma la via per riappacificarlo con essa. Una realtà in cui reti digitali e minuscoli oggetti multifunzionali e intelligenti non si sostituiscano al piacere di sfogliare le pagine di un libro ma moltiplichino questa possibilità. Immagino cioè una società in cui la “leggerezza” non sia frutto della “miniaturizzazione” o della “virtualizzazione” della materia – dalle merci alle esperienze – ma piuttosto della capacità di figurarsi nuovi modi di “scambio” che non annullino le merci, anzi le rendano più disponibili, più diffuse, più condivise ma paradossalmente meno “consumate”.
Le visioni più interessanti e contemporanee dell’economia dei servizi vanno, credo, in questa direzione: macchine condivise, biciclette condivise, guardaroba condivisi. Ma la società stessa sta trovano modi autonomi e spontanei per esprimere questa inclinazione. Per esempio ho trovato in metropolitana il mio primo libro di una catena di book crossing, anche se non so quanto questo fenomeno possa essere ricondotto a una reale necessità di relazione e condivisione piuttosto che alla moda del momento. Eppure penso che realmente ci troviamo di fronte all’emergere “dal basso” di una nuova modalità di “consumo” nella quale la disponibilità di merci (di servizi, di conoscenza, di esperienza) non necessariamente coincida con il loro “possesso”. Tutta la letteratura sull’avvento della società dei servizi ha in qualche modo sempre sostenuto questa tendenza, ma credo che ciò che abbiamo di fronte oggi sia qualcosa di un po’ diverso. Si tratta di servizi nei quali la componente di partecipazione attiva, se vogliamo di “auto-organizzazione” da parte dell’utente, ha una rilevanza determinante. Questa partecipazione è per la prima volta garantita, anzi amplificata, dalle possibilità che le nuove tecnologie offrono. La circolazione d’informazione e di conoscenza attraverso le reti digitali è in grado di tradurre concretamente la disponibilità “virtuale” di merci e servizi in “accesso” reale: posso sapere dove e quando trovare ciò che sto cercando.
Ma, aspetto ancora più importante, può facilmente aggregare comunità con caratteristiche affini, interessi, gusti, stili di vita, esigenze. Mai come in questo momento il fenomeno delle “comunità virtuali” sta mettendo in evidenza il proprio prorompente impatto sulle comunità reali, rivoluzionando i tradizionali motori di aggregazione sociale e politica.
Credo che difficilmente tutto questo potrà non avere impatto sulle dinamiche di “consumo” e sulla forma dei mercati e delle merci.
Lo scenario che mi piace immaginare potrei raccontarlo con un immagine, una piccola storia: partire per un lungo viaggio portandomi solo gli abiti che indosso e potendomi permettere di pronunciare a cuor leggero la frase di quel filosofo greco, Biante, che, a chi si meravigliava che non portasse con se alcun bagaglio fuggendo con gli altri dalla sua città conquistata da Ciro, disse Omnia mea mecum porto, “porto con me tutto ciò che possiedo”. Nel mio caso non mi riferirei alla sola mia saggezza e al mio ingegno, come intendeva quel filosofo, ma al minuscolo oggetto elettronico nella mia tasca, garanzia di trovare sulla mia strada tutto il necessario e al momento giusto, per poter poi lasciare tutto quanto alla disponibilità di altri.
