Low tech e high tech nell'architettura sostenibile
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Anche se è arrivata al grande pubblico solo dopo il clamore mediatico del Summit di Rio, la consapevolezza della necessità di un’architettura ecologica esiste da parecchi decenni, durante i quali i sostenitori del low-tech e dell’high-tech si sono spesso scontrati.
I pionieri del low-tech
Fin dagli anni Settanta, in risposta alle inquietudini suscitate dalla prima crisi petrolifera, qualche pioniere idealista propose delle alternative ecologiche, soprattutto nei settori delle abitazioni e delle piccole strutture educative e culturali. Sull’onda del movimento di contestazione del maggio ’68,z alcuni architetti &endash; contestando la rigidità e la freddezza delle costruzioni moderniste &endash; incoraggiarono gli utenti a partecipare al progetto, e perfino alla realizzazione, di edifici più conviviali. Questa filosofia antiautoritaria ha ispirato la realizzazione delle case popolari di Joachim Eble in Germania; il progetto immobiliare “Tinngarden” del gruppo Vandkunsten, vicino a Copenaghen; le realizzazioni di Lucien Kroll, in Belgio; le scuole e la “casa dei ragazzi” in autocostruzione di Peter Hübner nei dintorni di Stoccarda. Il legno, materiale caldo, leggero e facile da lavorare era presente nella maggior parte di questi progetti.
Nel decennio seguente, molti architetti hanno lavorato con altri materiali naturali. Il norvegese Sverre Fehn e i francesi Jourda e Perraudin hanno realizzato costruzioni in terra. Alcuni progettisti hanno sviluppato edifici con facciate e tetti “vegetalizzati”. Il profeta del low-tech, o per meglio dire del “no-tech”, è tuttavia Paolo Soleri, allievo di Frank Lloyd Wright prima di sperimentare dal vero, ad Arcosanti, una nuova forma di architettura ecologica.
Le stelle dell’high-tech
L’architettura high-tech è simboleggiata i complessi per uffici e dalle grandi spettacolari costruzioni in metallo e vetro dei protagonisti dell’architettura internazionale. Molti di questi progettisti, come Norman Foster, Renzo Piano, Richard Rogers, Thomas Herzog, Françoise-Helene Jourda e Gilles Perraudin hanno dato vita all’associazione “Read” per riflettere sull’utilizzo delle energie rinnovabili in architettura. Ufficialmente riconosciuta nel 1993, dopo la Conferenza internazionale di Firenze sull’energia solare nell’architettura e nell’urbanistica, questa associazione ha ricevuto il sostegno della Comunità Europea.
I simboli dell’“eco-tech” sono la torre della Commerzbank a Francoforte sul Meno e la cupola del Parlamento tedesco a Berlino nel rinnovato Reichstag, entrambi progetti di Norman Foster. L’architettura internazionalizzata, che si vuole ecologica grazie all’impiego di della tecnologia e dell’informatica, non è tuttavia sempre convincente, in particolare rispetto al comfort termico in estate e ai consumi di energia in inverno. Queste realizzazioni molto pubblicizzate hanno comunque il merito di aver avuto un effetto trascinante: molte innovazioni applicate per la prima volta in questi progetti, come la facciata vetrata a doppio involucro, sono state poi utilizzate in progetti più modesti dove si sono rivelati molto efficaci.
L’umanesimo ecologico
Tra i due estremi del low-tech e dell’high-tech esiste una terza via che ha raccolto molto seguito nel centro-Europa. La differenza essenziale rispetto all’architettura low-tech è la sua immagine contemporanea, favorita dall’abbinamento intelligente dei materiali della tradizione con prodotti industriali innovativi.
Günter Behnisch è stato fin dagli anni ’70 l’iniziatore di un’architettura luminosa e colorata, sostenuta da una filosofia umanista e molto libera nella composizione delle forme e dei volumi. Il trattamento paesaggistico degli spazi aperti offre agli abitanti, anche in contesti urbani, una relazione privilegiata con aree verdi trattate in modo naturale. L’influenza dello studio Behnisch, Behnisch & Partner è molto forte in Germania, soprattutto riguardo agli edifici per uffici e agli insediamenti scolastici e sportivi. La piscina del centro di cura Bad Elster (pag. 202) e l’Istituto di Ricerca sulla natura di Wageningen, in Olanda (pag. 218) sono gli ultimi esempi di questa architettura molto disegnata, la cui apparente disinvoltura non è mai frutto di azzardo.
La filosofia dello studio è riassunta con molto buon senso da Stefan Behnisch: “Nell’ambito dell’architettura ecologica si distinguono essenzialmente due scuole di pensiero. Quella di Norman Foster, che dice che si possono risolvere i problemi ecologici con più tecnologia, e quella di Soleri che dice ’No alla tecnologia!’. Noi stiamo in mezzo, anche se la mia simpatia va più a Soleri. Io non voglio cambiare il nostro stile di vita o tornare all’età della pietra, ma se ci mettiamo nell’ottica di accettare che faccia più caldo in estate e più freddo in inverno sono convinto che potremo aspettarci un grado accettabile di comfort seguendo le regole della natura”.
L’ecologia democratica e sociale
Lo sviluppo di un’ecologia democratica destinata a utenti sensibilizzati e responsabili è un’altra tendenza che si ritrova puntualmente in Germania, Olanda e Scandinavia. Fedele alla strada da lui stesso avviata negli anni ’70, Peter Hübner ha realizzato a Gelsenkirchen delle abitazioni individuali “densificate” in autocostruzione, Il progetto appartiene al programma “Semplice e fatto in casa” (Einfach und Selbstgemacht), sovvenzionato nel quadro dell’Esposizione internazionale di architettura IBA Emscher Park. Questo progetto di 28 case collettive permette a famiglie do modesta condizione economica di vivere in un habitat ecologico grazie alla loro collaborazione attiva alla progettazione, alla costruzione e alla gestione delle abitazioni.
Sostenuta da professionisti consapevoli delle proprie responsabilità sociali, la riqualificazione di materiali locali e tecniche antiche è un’altra delle caratteristiche della qualità ambientale. La “Coop de construction” e Jean-Yves Barrier hanno scelto la bauge, terra cruda impastata tradizionalmente usata a Rennes, per la residenza Salvatierra. Nella casa di Essertines, come nella maggior parte dei suoi edifici, l’Atelier de l’Entre ha privilegiato il legno di alberi locali e di sezione limitata.
Quando però l’architettura non è ben governata, come avviene invece in queste realizzazioni, l’impiego di materiali grezzi che risparmiano energia presenta il rischio di un ritorno a modelli ispirati direttamente alle costruzioni tradizionali e a dei clichés neo-regionalisti, spesso incongrui rispetto all’ambiente naturale o costruito. L’avvenire è in una mescolanza di materiali che integri la protezione dell’ambiente alla modernità.
Il minimalismo ecologico
Una nuova generazione di architetti e di ingegneri, meno militanti e più pragmatici dei pionieri degli anni ’70, a partire da circa dieci anni fa si è progressivamente importa. Avvalendosi dei più moderni strumenti di progettazione e simulazione, questi ideatori di un’architettura minimalista realizzano con tecniche e prodotti innovativi degli edifici che esprimono, attraverso un linguaggio minimalista, una decisa appartenenza al moderno. Senza esibire i coefficienti di risparmio energetico e “patenti” di ecologicità, le loro costruzioni integrano questi parametri come elementi costitutivi del progetto. Questi progettisti sposano un’idea forte e rigorosa del disegno per offrire una risposta adeguata ai vincoli del luogo e del programma. Si sottraggono con maestrìa dai principi e dalle tecniche convenzionali, associano con essenzialità materiali grezzi e preziosi e si avvalgono volentieri della prefabbricazione per ridurre la durata del cantiere e limitare i costi.
Intorno al lago di Costanza l’approccio sostenibile ha liberato un impressionante potenziale di innovazione, portato alla luce dalle realizzazioni di architetti tedeschi come D’Inka & Scheible, Kauffman Theilig, Mahler Günster Fuchs, Glück & Partner o Schaudt Arkitekten, lo studio vizzero Metron e gli austriaci Baumschlager & Eberle e Hermann Kauffmann.







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