Foreste italiane e biodiversità

(Istituto Ambiente Italia )
Parole chiave Parole chiave: Biodiversità | Deforestazione

AI04 06

Le foreste italiane si trovano oggi in uno dei momenti di massima espansione rispetto agli ultimi due secoli e non sono in atto processi di deforestazione, ne per fenomeni di desertificazione ne a causa degli incendi, che incidono in modo significativo sul trend nazionale.

L'Italia importa circa l'80% del legname dall'estero, per cui non sono in atto utilizzazioni eccessive a carico dei boschi nazionali per alimentare l'industria, che rimangono spesso inutilizzati per una ridotta convenienza economica delle utilizzazioni. Un fenomeno al quale si cerca di ovviare attraverso il meccanismo della certificazione forestale, stimolando l'offerta di legname certificato nazionale che faccia crescere la domanda interna e diminuire l'importazione dall'estero, anche se il quadro mondiale del commercio del legname non è molto favorevole (Pettenella Secco, 2002).

Rispetto al periodo analizzato, né l'aumento delle temperature negli strati bassi dell'atmosfera registrate dal secolo scorso, né quello ipotizzabile per il futuro sembrano rappresentare un fattore in grado di incidere sulla consistenza del patrimonio boschivo nel medio periodo. A causa della già significativa crescita della sua estensione, appare poco realistico pensare di estendere la superficie forestale tanto da sovvertire il ruolo delle foreste italiane per ciò che riguarda l'assorbimento della CO2 atmosferica a scala globale. Rappresentando infatti solo lo 0,25% delle foreste mondiali (secondo i dati FAO-2000), a questa scala esse svolgono un ruolo assai marginale rispetto a tale funzione. Naturalmente, ciò non modifica l'impegno italiano riguardo al contenimento del "global warming" e le possibilità offerte da un più accurato calcolo della superficie forestale per la contrattazione delle quote di CO2 assegnate all'Italia dal protocollo di Kyoto.

Per ciò che concerne la conservazione della biodiversità, a fronte di una situazione accettabile per quanto riguarda la diversità specifica (alfa diversità) si osserva una drammatica riduzione della diversità di ambienti (gamma diversità), dovuta all'estensione dei boschi sui coltivi e sui pascoli abbandonati e all'evoluzione dell'agricoltura. Tutto ciò si traduce in una forte semplificazione del mosaico paesaggistico. Questa perdita di diversità è stata stimata in circa il 70% in aree di studio in Toscana, ma il fenomeno è tipico di gran parte delle zone montane e collinari, dove il bosco è in continua crescita, mentre in pianura l'estendersi delle monocolture rappresenta il principale fattore di riduzione della diversità. Nel primo caso, l'abbandono di pratiche di lavoro tradizionali, legate alla cultura locale, hanno dato luogo a processi che alterano in modo sostanziale la struttura del territorio, semplificando la complessità del paesaggio forestale.

Alcuni degli effetti più importanti riguardano la modificazione di sistemi forestali che necessitavano del continuo intervento dell'uomo per il loro mantenimento e che hanno grande valenza paesaggistica (es. i castagneti da frutto), compromettendo anche la funzione di protezione idrogeologica che la loro gestione assicurava. Tale processo si risolve in una perdita dei valori di identità culturale e di una serie di funzioni anche economiche che il paesaggio oggi riveste. Purtroppo, le modalità di applicazione delle normative comunitarie (vedi il network NATURA 2000), puntando sulla diversità specifica, sulla rinaturalizzazione e sulla conservazione di habitat naturali non legati alla identità culturale del territorio, influenzano negativamente la conservazione della diversità del paesaggio. Mentre questo tema, e in generale tutto il valore storico e culturale del territorio forestale, è relegato solo in alcuni sottocapitoli dei criteri della gestione forestale sostenibile.

Leggermente diversa è la situazione per quanto riguarda il settore agricolo, dove il valore paesaggistico è visto ormai come una vera "risorsa", e i piani di sviluppo rurale potrebbero avere qualche possibilità in più, anche se siamo lontani da un'effettiva valorizzazione del rapporto produzioni tipiche-paesaggio. D'altra parte la riforma della Politica Agricola Comunitaria continua a privilegiare l'abbandono delle colture e le piantagioni artificiali.

Come si intuisce, non si tratta solo di problemi legati a politiche comunitarie nate in contesti culturali diversi da quello mediterraneo, ma anche di interpretazioni a livello nazionale che sembrano non cogliere le specificità e i punti di forza del sistema italiano. Il problema si osserva non solo a livello di gestione forestale, ma anche nel sistema delle aree protette e nell'ancora più ampio contesto della certificazione ambientale. Esso potrà essere risolto da un lato adattando alla scala locale politiche nate su visioni "globali", dall'altro portando all'attenzione della Commissione Europea un concetto di ambiente e di sostenibilità scevro da concezioni paradigmatiche, spesso mutate da contesti culturali molto lontani dal mediterraneo, e più coerente con la realtà di un territorio in cui l'interazione uomo ambiente, nel bene e nel male, è il motore principale delle trasformazioni e della attribuzione di valori e significati alla sostenibilità.

Tratto da
Rapporto annuale di Legambiente - 100 indicatori sullo stato del paese
Edizioni Ambiente
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2004