Garantire la giusta informazione sul rischio

Molte persone non si rendono conto dei rischi che corrono nella vita di tutti i giorni. Spesso i lavoratori non sanno di avere a che fare con sostanze tossiche sul luogo di lavoro e non ne conoscono i rischi. I consumatori non sono in grado di valutare i pericoli insiti in alcuni componenti (grassi, calcio, zuccheri, sale) dei cibi che ingeriscono normalmente. Questa forma di ignoranza è scontata, soprattutto alla luce delle difficoltà che la persona comune incontra quando vuole avere informazioni sui rischi. I meccanismi determinanti di questo fenomeno sono complessi, ed è molto difficile delinearli con precisione. Spesso i rischi ci mettono anni a materializzarsi. La suscettibilità individuale varia e i cambiamenti tecnologici rendono ardua l’impresa di cercare di trarre insegnamenti dal passato. Spesso alle aziende non viene chiesto di dire pubblicamente quanto inquinano e con quali possibili rischi. Se avessero questo obbligo, quasi sicuramente inquinerebbero meno e farebbero meno danni.

 

Esistono due importanti ragioni per garantire una maggiore diffusione e trasparenza delle informazioni sui rischi. La prima è relativa all’efficienza economica, la seconda chiama in causa la democrazia.

Dal punto di vista economico vi sono parecchi motivi per cui il mercato dell’informazione può fallire. Per prima cosa l’informazione è un bene pubblico, nel senso che nel momento in cui è accessibile a tutti diventa anche patrimonio di tutti (o almeno di molti). La gente può quindi ricavarne i benefici senza dover pagare per la sua produzione. Un rapporto sui rischi delle sostanze cancerogene alle quali è esposto il personale di un’azienda può arrecare grandi vantaggi ai dipendenti, ma nessuno di essi è incentivato a pagare una quota per la sua realizzazione: ognuno è spinto a “vivere alle spalle” degli sforzi di altri. Il risultato è che la quantità di informazione prodotta è troppo scarsa. In generale il ragionamento si applica anche all’informazione relativa ai rischi condivisi.

 

Il secondo punto risiede nel fatto che le industrie sono poco incoraggiate a dare informazioni su quanto producono di pericoloso. La competizione basata sull’entità dei danni può provocare un calo nelle vendite di un determinato prodotto piuttosto che un aumento. Nell’industria del tabacco questo fenomeno ha giocato un ruolo nel frenare la competizione sulla sicurezza dei prodotti, tuttavia esistono casi in cui le aziende si fanno concorrenza proprio facendo leva sulla sicurezza di ciò che vendono.

Asimmetrie nell’informazione possono generare il problema per cui prodotti pericolosi riescono a estromettere dal mercato quelli sicuri. Ammettiamo, per esempio, che i produttori sappiano quali sono i prodotti sicuri, ma questa informazione non arrivi ai consumatori. Coloro che vendono prodotti sicuri non possono essere competitivi se i consumatori non conoscono la differenza fra il prodotto sicuro, che costa di più, e quello meno sicuro, che costa di meno. In un caso del genere, il fatto che i clienti non siano informati fa sì che siano i prodotti più pericolosi a dominare il mercato. Qui una regolamentazione tesa all’informazione è il rimedio più appropriato, che può concretizzarsi sotto forma di interventi informativi e di campagne educative da parte di un governo. Rimedi di questo tipo possono comportare costi molto alti, ma se funzionano dovrebbero essere supportati sul piano economico. Possono infatti rafforzare il mercato e rappresentare un presupposto per renderlo più libero.

 

Oggi abbiamo una buona quantità di informazioni sulla comunicazione del rischio e gli studi suggeriscono che è una strategia conveniente. I lavoratori che accedono a nuove informazioni sui rischi possono reagire dimettendosi o chiedendo stipendi più alti. E anche i consumatori possono reagire in modo coerente alla divulgazione dei rischi che corrono acquistando certi prodotti. In generale, ci sono tutte le ragioni per pensare che, se ben progettata, la comunicazione del rischio è un meccanismo efficace per promuovere l’efficienza economica.

Immaginiamo di voler accrescere il carattere democratico di un governo promuovendo la partecipazione e il controllo sui suoi meccanismi da parte dei cittadini. Una buona mossa iniziale da parte di un governo potrebbe consistere nel fornire abbastanza informazioni perché la gente possa formarsi giudizi consapevoli. Per esempio potrebbe provvedere esso stesso a dare le informazioni oppure affidare il compito a enti privati o aziende. Torniamo per un istante alla questione di dover affrontare delle spese per avere salvate delle vite umane: la popolazione dovrebbe esserne informata. L’impegno a fornire informazioni sui contenuti e i costi dei programmi di regolamentazione dovrebbe essere ai primi posti nell’agenda del governo.

Più in generale, le persone sembrano non avere un’idea chiara dei collegamenti che esistono tra i diversi rischi quotidiani. Questa inconsapevolezza rappresenta un pesante ostacolo non solo alla realizzazione di decisioni consapevoli ma anche al senso civico. Il problema è evidente a livello del settore privato, dei governi locali, e anche a livello nazionale. Le comunità che cercano di decidere se dare il proprio consenso a un deposito di rifiuti tossici o a un impianto che libera diossido di zolfo hanno bisogno di fare scelte informate. Altrimenti si tende a reagire soltanto sulla scorta di fatti aneddotici e spinte allarmistiche.

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In realtà l’obbligo di dare diffusione alle informazioni è stato uno dei successi della storia del moderno diritto ambientale. Una delle ragioni è che i gruppi che si occupano di problemi ambientali, e i media in genere, tendono a prendere di mira gli inquinatori peggiori, stilando una sorta di “lista nera dell’ambiente”. È probabile che le aziende che finiscono nella lista si impegnino a ridurre le proprie emissioni e nel frattempo le altre prendano provvedimenti per evitare di entrare a farne parte.

L’FDA ha adottato anche strategie particolari. Nella sua iniziativa più ambiziosa in merito ha: (a) imposto l’inclusione delle caratteristiche nutrizionali (compresi i contenuti in colesterolo, grassi saturi, fibre e calorie derivanti dai grassi) nelle etichette di tutti i prodotti alimentari lavorati; (b) richiesto il rispetto dei quantitativi specificati dal governo per le confezioni; (c) obbligato le aziende a conformarsi alle definizioni fissate dal governo per i termini standard, come “fresco”, “privo” e “basso”; (d) autorizzato riferimenti alla salute se questi sono supportati da dati scientifici e forniscono informazioni chiare e complete su ciò di cui trattano, per esempio sul rapporto tra grassi e disturbi cardiovascolari, grassi e cancro, sodio e ipertensione o calcio e osteoporosi.

Molti altri statuti che hanno a che fare con la salute, la sicurezza e l’ambiente ricadono in questa categoria generale. L’Animal Welfare Act è stato concepito in parte per diffondere le informazioni relative al trattamento degli animali. I laboratori sono obbligati a presentare al governo rapporti sulla loro condotta, nella convinzione che questo obbligo scoraggi le trasgressioni e permetta anche un controllo continuo.

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Queste iniziative sono solo l’inizio. Sono in agenda programmi più ampi e di portata più vasta che coordinano in generale la comunicazione sui rischi sociali. È stato suggerito che il governo potrebbe sviluppare un “sistema di sorveglianza nazionale” comprendente una terminologia standardizzata per le comunicazioni sui rischi. Il sistema potrebbe applicarsi a tutti i contesti e a tutti i rischi, e uniformare i concetti relativi ai livelli di rischio. L’esistenza di un unico linguaggio consentirebbe di valutare i rischi in un’ampia gamma di settori sociali. Ma l’aspetto principale è che questo sistema svolgerebbe un ruolo educativo di vitale importanza in grado di integrarsi con i meccanismi di mercato, oltre a garantire un prerequisito essenziale della scelta democratica.

Tratto da
La sicurezza ambientale tra percezione e approccio razionale
di Cass R. Sunstein
Edizioni Ambiente
,
2004