La questione del post Kyoto
Prima ancora che il Protocollo entrasse in vigore, sul suo futuro dopo il 2012 si sono scontrate due diverse ottiche: una essenzialmente europea e l’altra della quale sono stati portabandiera gli Stati Uniti.
La proposta europea parte dall’obiettivo della UNFCCC: poiché l’obiettivo richiede la stabilizzazione delle concentrazioni atmosferiche dei gas serra, l’UE propone di fissare “un livello di stabilizzazione tale da prevenire pericolose interferenze con il sistema climatico”. Dal livello delle concentrazioni atmosferiche di gas serra è poi possibile desumere di quanto, e in quanto tempo, bisogna ridurre le emissioni antropogeniche di gas serra per rendere stabile questo livello.
In base a questo processo logico la proposta dell’Unione Europea prevede di contenere il riscaldamento globale entro un limite massimo di 2°C (aumento della temperatura media globale rispetto alla prima metà del 1800) perché, secondo gli scenari IPCC, entro questo limite di riscaldamento le conseguenze negative dei cambiamenti climatici, pur se significative, non sarebbero ancora gravi e irreversibili e quindi affrontabili e gestibili con idonee strategie di adattamento.
Per raggiungere questo obiettivo è necessario fissare un limite di 500 ppm (parti per milione) delle concentrazioni atmosferiche di anidride carbonica (ora a 381 ppm). Al fine di stabilizzare le concentrazioni a questo valore è necessario procedere a una graduale riduzione delle emissioni, da attuarsi entro il 2050, fino a valori nell’ordine del 60% rispetto al 1990. Una volta che si raggiungesse un accordo su questo obiettivo di riduzione e sui tempi, ciascun paese potrebbe poi procedere alla programmazione delle azioni da attuare.
A questa proposta si oppongono gli Stati Uniti che, per promuovere un approccio diverso e rompere l’isolamento internazionale, in concomitanza con l’entrata in vigore del Protocollo hanno promosso una coalizione di paesi dell’area Asia-Pacifico (USA, Australia, Corea, Giappone, Cina e India) che puntano a ridurre l’intensità energetica e, se del caso, le emissioni sulla base di azioni volontarie e soluzioni tecnologiche. L’approccio è radicalmente diverso da quello dell’Europa, alla quale gli USA contestano di non porsi affatto il problema se sarà davvero possibile effettuare le riduzioni ipotizzate, e soprattutto di non considerare abbastanza con quali costi e con quali ripercussioni sulle economie nazionali.
Il compromesso di Montreal
Visti i templi pluriennali del processo negoziale, la discussione sul post Kyoto era stata già avviata a Buenos Aires nel dicembre 2004 in occasione della COP-10, ma non aveva prodotto alcun risultato ed era stata rimandata alla successiva COP-11 (dicembre 2005).
Alla COP-11 di Montreal, benché l’Unione Europea avesse messo da parte la sua proposta e si fosse resa disponibile a trovare soluzioni alternative consensuali (mantenendo comunque una base vincolante), tutto quello che è si è raggiunto è stato un compromesso: che è stato però l’unico modo per dare una prospettiva al Protocollo di Kyoto che altrimenti rischiava di finire nel 2012. Una prospettiva che avrebbe immediatamente depotenziato i meccanismi del Protocollo e lo avrebbe fatto fallire anche ben prima del 2012.
A Montreal i 164 paesi che hanno ratificato il Protocollo di Kyoto – e che sono quindi “parti” della COP/MOP – hanno deciso di “iniziare un processo che consideri futuri impegni oltre il 2012 per le parti incluse nell’Annex I”. Nelle decisioni finali si afferma che le negoziazioni dovranno cominciare “senza ritardo” a opera di un gruppo di lavoro che dovrà completare i suoi lavori “prima possibile e in tempo da assicurare che non ci sia un gap tra il primo e il secondo periodo di impegno”.
Così è stato. Il gruppo di lavoro si è riunito nel maggio 2006 a Bonn, e nelle conclusioni dei lavori della prima riunione è stata riaffermata la volontà di porre nuovi limiti e obiettivi di riduzione. L’orientamento generale è che i paesi industrializzati si debbano impegnare di più a ridurre le emissioni, e che i paesi in via di sviluppo comincino a loro volta a impegnarsi.
Interessanti aperture in tal senso sono venute da Cina e India e più in generale dal gruppo dei G77 (che raccoglie la maggior parte dei paesi in via di sviluppo), che si sono detti disponibili ad assumere impegni purché sia loro assicurata disponibilità di risorse finanziarie (ad esempio in cambio della protezione di un sink come le foreste, come ha suggerito il Brasile) e di tecnologie innovative. Rispetto ai mesi precedenti va segnalato lo sganciamento del Canada, che – pur avendo ratificato Kyoto – dopo il cambio di governo pare intenzionato a mutare posizione e a riavvicinarsi alle posizioni di Stati Uniti e Australia (che erano e restano fuori dal processo) mentre il Giappone, che di Kyoto è firmatario e ha riaffermato la disponibilità a fissare obiettivi di lungo periodo, si pone in una posizione di mediazione tra Europa e Stati Uniti.
A Montreal i paesi che hanno ratificato le conclusioni hanno anche assolto a un altro importante compito, quello di approvare formalmente gli “accordi di Marrakesh”, le nuove azioni e regole operative decise alla COP7 tenutasi in Marocco nel novembre 2001, che avevano sostanzialmente ridisegnato il Protocollo in seguito al fallimento della COP6 dell’Aja (novembre 2000) ampliandone la flessibilità e il ricorso agli strumenti flessibili. Per rendere integralmente operativo il Protocollo anche sotto il profilo legale – gli accordi di Marrakesh fissano le regole operative per la contabilizzazione dei crediti di emissione e dei sink domestici, per il reporting delle emissioni nazionali e per il decisivo processo di verifica, controllo e sanzionamento senza il quale il Protocollo era una mera dichiarazione di buona volontà – occorreva approvarli, e così è stato.
Ma a Montreal si è ottenuto anche qualcos’altro. I 189 paesi che hanno ratificato la UNFCCC, e che sono “Parti” della COP (i 164 che hanno ratificato il Protocollo di Kyoto più altri, tra i quali innanzitutto Stati Uniti e Australia), hanno annunciato che verrà avviato “un processo di dialogo senza pregiudizio per future negoziazioni, impegni e processi” per “scambiare esperienze e analizzare approcci strategici per azioni cooperative di lungo periodo per far fronte ai cambiamenti climatici”. Su esplicita richiesta della delegazione americana, “il dialogo prenderà la forma di uno scambio aperto e non vincolante di punti di vista, informazioni e idee a supporto di un’implementazione della Convenzione e non aprirà a nessuna negoziazione che porti a nuovi impegni”. Un semplice dialogo, insomma, ma già il fatto che chi si oppone al Protocollo di Kyoto abbia accettato di sedersi a un tavolo multilaterale per parlare di “azioni cooperative di lungo periodo” è un risultato politicamente interessante e assolutamente non scontato.

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