L'uomo, una nuova forza geofisica

Nel 1957, in un lavoro apparso sulla rivista scientifica Tellus, due esperti di geofisica, Roger Revelle e Hans Suess, per esprimere la portata dei grandi cambiamenti prodotti dalla nostra specie si servirono di una frase poi diventata famosa: “Così gli uomini stanno compiendo un esperimento di geofisica su larga scala, di un tipo quale non avrebbe mai potuto effettuarsi in passato, né potrebbe essere ripetuto in avvenire”. (…)

Edward Wilson ha affermato che “poche persone osano dubitare che il genere umano si sia creato un problema di dimensioni planetarie. Anche se nessuno lo desiderava, siamo la prima specie a essere diventata una forza geofisica in grado di alterare il clima della Terra, ruolo precedentemente riservato alla tettonica, alle reazioni cromosferiche e ai cicli glaciali. Dopo il meteorite di dieci chilometri di diametro che 65 milioni di anni fa precipitò nello Yucatan ponendo fine all’era dei rettili, i più grandi distruttori della vita siamo noi. Con la sovrappopolazione ci siamo creati il pericolo di finire il cibo e l’acqua. Ci attende dunque una scelta tipicamente faustiana: accettare il nostro comportamento corrosivo e rischioso come prezzo inevitabile della crescita demografica ed economica, oppure rianalizzare noi stessi e andare alla ricerca di una nuova etica ambientale”.

Anche John McNeill, storico alla Georgetown University, scrive nella sua lucida analisi della storia dell’ambiente del XX secolo: “Inconsapevolmente, il genere umano ha sottoposto la Terra a un esperimento non controllato di dimensioni gigantesche. Penso che, con il passare del tempo, questo si rivelerà l’aspetto più importante della storia del XX secolo: più della Seconda guerra mondiale, dell’avvento del comunismo, dell’alfabetizzazione di massa, della diffusione della democrazia, della progressiva emancipazione delle donne”.

La testimonianza del biologo Stephen Palumbi, dell’Università di Stanford, mostra con numerosi esempi eloquenti come l’intervento della nostra specie stia accelerando i ritmi dell’evoluzione biologica, soprattutto tra le specie con cui viviamo a più stretto contatto: quelle che costituiscono i nostri alimenti e i nostri parassiti. Palumbi scrive: “Il nostro impatto sull’evoluzione è aumentato con i farmaci, con il controllo chimico dei parassiti e la capacità di plasmare l’ambiente fisico e biologico per soddisfare i nostri bisogni. Così, siamo diventati la forza evolutiva più potente della Terra. A parte forse il meteorite che si ritiene abbia provocato l’estinzione dei dinosauri, siamo i migliori candidati a vincere la medaglia d’oro per lo sconquasso planetario, il giorno che sarà considerato ufficialmente uno sport da Olimpiadi”. (...)

La questione centrale per il nostro presente e l’immediato futuro è questa: come riuscire a vivere sulla Terra con una quantità di esseri umani che ha già superato i sei miliardi di individui (e che potrebbe superare i dieci miliardi entro questo secolo), in maniera dignitosa ed equa per tutti, senza distruggere irrimediabilmente i sistemi naturali da cui traiamo le risorse per vivere e senza oltrepassare la capacità di questi stessi sistemi di sopportare gli scarti e i rifiuti provenienti dalle nostre attività produttive.

Non sembrano esservi dubbi sul ritenere questo l’aspetto centrale da risolvere per l’immediato futuro di tutte le società umane del pianeta, ormai completamente interconnesse nella globalizzazione economica e culturale. Nonostante ciò, la stragrande maggioranza dei politici, degli economisti, dei pianificatori e degli imprenditori continua a concentrare la propria attenzione, e l’agenda delle priorità, sulla corsa alla crescita economica, materiale e quantitativa, che, nonostante gli avanzamenti della tecnologia, continua a erodere la base dei sistemi naturali, a modificarli, a distruggerli e inquinarli e, nell’ambito dei sistemi sociali, ad aggravare l’iniquità sociale e a incrementare le differenze tra i ricchi e i poveri del pianeta.

Si sono moltiplicati i vertici internazionali sul tema, si sta creando una vera e propria normativa sovranazionale di carattere ambientale fatta di convenzioni, trattati, protocolli e direttive, ma manca ancora la consapevolezza che questi problemi possono essere risolti solo con una vera e propria “rivoluzione culturale” rispetto ai nostri modi obsoleti di concepire i sistemi economici, quelli sociali e quelli naturali.

Una rivoluzione che, come ha più volte ricordato Lester Brown, dovrebbe avere una portata paragonabile alle due grandi precedenti rivoluzioni dell’umanità, quella agricola e quella industriale.