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Milano, 26 novembre 2012

Consumo di suolo: i numeri e il fenomeno

(Damiano Di Simine - Presidente Legambiente Lombardia)

 

Per approfondire il tema delle conseguenze del consumo di suolo, in occasione del via libera dato dal Consiglio dei Ministri al disegno di legge sulla prevenzione del consumo di suolo lo scorso 16 novembre, pubblichiamo un contributo sul tema tratto da "Ambiente Italia 2011" che tratteggia la situazione del nostro Paese, nel quale il fenomeno in parola presenta caratteristiche del tutto peculiari e complesse anche a causa di processi di urbanizzazione poco o malamente regolati.

 

Per un'Europa delle città

La trasformazione del territorio italiano, dal dopoguerra a oggi, ha subito diverse accelerazioni per il sovrapporsi di differenti spinte: dalla ricostruzione postbellica, al boom demografico, alla grande infrastrutturazione del paese, alle ondate immigratorie, al drastico cambiamento delle strutture familiari (crescita delle famiglie mononucleari, riduzione della prolificità) e degli stili di vita. La sovrapposizione di questi fenomeni ha avuto un ruolo rilevante nell'aumentare la domanda di superfici atte a realizzarvi dapprima abitazioni e fabbriche, poi autostrade e parcheggi, e infine fabbricati a uso terziario e commerciale. Un ruolo determinante è stato giocato dalla motorizzazione di massa, a cui è corrisposto un fenomeno inedito di dispersione insediativa, peraltro comune a tutti i paesi a economia avanzata, legato alla possibilità di scegliere luoghi diversi e distanti per la residenza, il luogo di lavoro e perfino le attività connesse al commercio e al tempo libero. Specularmente, lo svuotamento della funzione abitativa delle città verso nuove aree sempre più periferiche è stato l'esito di una spinta speculativa giocata sul differenziale di valore dei suoli. Negli ultimi decenni non solo le funzioni abitative, ma anche quelle produttive e terziarie hanno conosciuto un inesorabile processo di espulsione, dai centri e dalle periferie cittadine verso fasce sempre più esterne, lasciando dietro di sé crescenti vuoti urbani e generando una domanda di mobilità incoerente con la razionalità di qualsiasi schema di trasporto pubblico. Uno spazio urbano meno presidiato e un territorio rurale "suburbanizzato", è l'esito di quanto avvenuto in tutto il mondo economicamente avanzato, in Europa come nel Nord America – dove esiste un vasto movimento di critica radicale allo sprawl – mentre in Italia la percezione del consumo di suolo è amplificata da connotati particolarmente negativi connessi alle carenze della pianificazione e alla presenza dell'abusivismo. L'abusivismo, certo assai rilevante ancorché circoscritto ad alcune regioni italiane, unito a un più diffuso e pervasivo scadimento della qualità urbanistica e architettonica degli insediamenti recenti, introducono nella percezione del fenomeno del consumo di suolo una "distorsione ottica" che in parte giustifica la scarsa affidabilità (e le frequenti esagerazioni) dei dati più ricorrenti e catastrofisti che danno per "quasi esaurita" la disponibilità di territori liberi: non è così, per fortuna, il suolo italiano non sta per finire, anche se le compromissioni sono gravi e le tendenze estremamente allarmanti.

Noi qui vogliamo cercare di quantificare il "fenomeno" del consumo di suolo, dando per acquisito il grido di dolore per le ferite gravissime inferte al paesaggio del Bel Paese, e mettendo invece al centro proprio il suolo, come comparto ambientale, e la sua dimensione spaziale, in quanto risorsa strategica limitata e condizionante di qualsiasi processo di sviluppo economico, sociale e civile entro cui una comunità ambisca a identificarsi. Non si tratta di rimuovere dal nostro ragionamento il portato di mezzo secolo di appelli e battaglie civili contro gli oltraggi subiti dal patrimonio naturalistico e culturale italiano, contro i mille ecomostri, i degradi e le brutture. Al contrario, vogliamo praticare un "salto di scala", a cui siamo chiamati dal radicale cambiamento di paradigma fissato dalla Convenzione europea del paesaggio: non vogliamo più ragionare su uno scenario distante, sfondo pittoresco di una immutabile identità nazionale, ma su un paesaggio che è habitat esistenziale, che interagisce quotidianamente con la vita delle persone, che è allo stesso tempo risorsa ambientale e limite (dunque valore) dello spazio di progresso economico e sociale entro cui opera una comunità.

Vogliamo ragionare su come i processi di espansione e di inconsapevole dissipazione del substrato-suolo abbiano prodotto una perdita di quel tessuto urbano che "conforma" l'intero continente europeo, un tessuto in cui borghi e città stanno al contado come la trama sta all'ordito: l'uno e l'altro intimamente connessi e reciprocamente necessari. Le città d'Europa sono l'esito di un processo storico evolutivo, sono nate intorno a uno spazio di scambi, a un mercato, e si sono delimitate per circoscrivere lo spazio della comunità, per meglio difenderla da nemici esterni e da solitudini destabilizzanti. Fermare il consumo di suolo non è uno slogan ideologico de-sviluppista, ma implica un'aspettativa di progresso, perchè pensiamo che le città debbano tornare a essere centri di un territorio in cui riconoscersi e non periferie infinite, per continuare a essere luoghi densi di vita e di relazioni, spazi entro cui praticare scambi di valori e ridurre le distanze tra le persone, sviluppare economia e costruire coesione e fiducia, contrastando insicurezza e paure.

La crescita estensiva dell'urbanizzazione, al contrario, corrisponde a un'opzione di sviluppo intrinsecamente inefficiente ed energivora, socialmente instabile (da cui deriva la "sindrome da insicurezza" tanto enfatizzata come merce di scambio di una politica falsamente salvifica), dissipatrice di risorse ambientali e in primo luogo della risorsa su cui si è costruita e tutt'ora si alimenta la ricchezza di un paese come il nostro: il suolo.

 

Il suolo come risorsa ambientale

Il consumo di suolo è prima di tutto un danno ambientale: questa considerazione non deve essere poi così banale se, fino a oggi, ben poche legislazioni ambientali lo hanno considerato tale, anteponendo la regolazione del diritto di proprietà al profondo e autentico significato di bene comune che il suolo contiene. Un danno le cui dimensioni derivano dalla compromissione delle funzioni chimico-fisiche e biologiche che il suolo svolge come comparto ambientale della biosfera, nonché dal significato ecologico dell'organizzazione degli spazi in rapporto sia all'espressione della biodiversità sia degli organismi economici e sociali. Solo per citare i casi più notevoli, dal suolo dipende:

• la funzione produttiva primaria, ovvero la produzione di biomassa vegetale e di materie prime della trasformazione agroalimentare;

• la regolazione del ciclo dell'acqua, il rifornimento delle riserve di acqua dolce, la sicurezza idrogeologica;

• la regolazione dei cicli degli elementi fondamentali per la vita (azoto, fosforo, zolfo) e la degradazione di sostanze tossiche;

• la produttività biologica dei sistemi ambientali terrestri da cui dipende la conservazione della biodiversità intrinseca (organismi del suolo) e di quella "appoggiata" al suolo;

• la funzione connessa alla riserva strategica di superfici atte a far fronte a bisogni e aspettative di benessere delle attuali e future generazioni, nonché ad assicurare la sovranità e la sicurezza alimentare di ogni popolo;

• l'organizzazione degli spazi necessari a localizzarvi e a connettere gli organismi urbani e le relative funzioni economiche e sociali;

• la regolazione climatica, riferita in primo luogo alla funzione di sink carbonico assicurato dalla sostanza organica di suoli e vegetazioni.

Quest'ultimo aspetto, che potrebbe apparire secondario, assume un ruolo molto rilevante alla luce del rapporto della Commissione europea che svela come i suoli europei contengano da 73 a 79 miliardi di tonnellate di carbonio, e che pertanto ogni perdita anche solo dello 0,1% di questo carbonio (ovvero del suolo che lo contiene, tenuto conto che il leaching di carbonio dai suoli è causato, in misura rilevante, anche da cattive pratiche agronomiche) equivale all'emissione di CO2 prodotta da un aumento di ben 100 milioni di auto circolanti sulle strade europee!

Si impone dunque di centrare l'attenzione sul protagonista, il suolo appunto, oltre che sulle sue apparenze paesaggistiche. Per dirsi che nel nostro sistema di norme e principi è necessaria una nuova codifica, che conferisca al suolo un riconoscimento di "bene comune" che fino a ora è mancato. È il suolo il presupposto della ricchezza di una nazione. Conservarlo e mantenerlo in buona salute produce più ricchezza, e meglio distribuita, di quanta ne possa produrre la sua distruzione.

 

Il consumo di suolo in Italia

Nel nostro paese la misura del consumo di suolo è desumibile da banche dati di mediocre qualità, eterogenee per definizione dell'oggetto di indagine (non esiste una definizione condivisa circa cosa debba intendersi per "consumo di suolo", si tratta dunque di un dato che deve essere inferito), non adeguatamente aggiornate. Le indagini retrospettive, indispensabili per valutare le tendenze in atto, non dispongono di set di dati raccolti in modo omogeneo e alla medesime soglie temporali.

I dati ufficiali di land use disponibili su base nazionale sono quelli elaborati da Apat, oggi Ispra, sulle coperture del suolo nell'ambito del progetto europeo Corine Land Cover (Clc). Da tali dati risulta una superficie urbanizzata in Italia pari a 1.474.000 ettari, con un tasso di crescita di 1,4 mq/ab*anno e un valore procapite di 255 mq/abitante di superfici urbanizzate: un dato sicuramente (e fortemente) sottostimato, come dimostra il confronto con i dati raccolti in modo più capillare e aggiornato da alcune Regioni (Lombardia in primo luogo): il protocollo Clc infatti soffre di un basso livello di risoluzione a causa delle dimensioni delle celle unitarie di misura, e questo determina la produzione di dati di urbanizzazione di gran lunga inferiori alla realtà osservabile al suolo, in presenza di urbanizzazioni disperse e di infrastrutture lineari che non vengono "lette" da Clc. Con questa avvertenza, che deve indurre a precauzione nell'adottarne i valori assoluti, i dati Clc, disponibili alle soglie degli anni 1990, 2000 e 2006, consentono di effettuare un confronto tra Regioni (sempre nell'ipotesi, tutta da verificare, che l'errore di misura sia equamente distribuito tra le Regioni). Dal confronto emerge immediatamente la rilevanza già assunta dal fenomeno nelle regioni del Nordest (Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia), oltre che nelle due maggiori concentrazioni urbane del centro e sud Italia (Lazio e Campania).

I dati Istat, raccolti in modo sostanzialmente differente da quelli Apat— Ispra, individuano il valore numerico del consumo di suolo, al 2001, in 1.940.000 ettari, e stimano un incremento al 2008 pari all'8,1%: secondo questa fonte, dunque, la superficie urbanizzata in Italia raggiungerebbe il valore di circa 2.100.000 ettari, pari al 7% della superficie nazionale. È bene però anche in questo caso tener presente che Istat dichiara una implicita sottostima del dato, che non misura le superfici a vario titolo "antropizzate" (come da protocollo Clc), bensì quelle "edificate", per nuclei di rilevanti estensioni (almeno 15 edifici accomunati da una relazione di prossimità). Al rilevamento delle superfici edificate sfuggono dunque notevoli superfici infrastrutturate (per esempio le viabilità, o i suoli compromessi da attività di cava o discarica), così come l'intera categoria delle "case sparse", insediamenti che, sempre secondo Istat, accoglierebbero un non trascurabile 6% della popolazione nazionale (oltre 3.400.000 abitanti).

Secondo alcuni autori una stima più accurata (e comunque prudenziale) del consumo di suolo porterebbe a un valore di superfici urbanizzate pari al 7,6% del territorio nazionale, ovvero 2.350.000 ettari (415 mq di superficie urbanizzata per abitante) corrispondente, per farsi un'idea, a un territorio "perso" – in quanto integralmente urbanizzato – per una estensione pari a quella di due regioni come Puglia e Molise insieme: un numero che, se confermato, collocherebbe l'urbanizzazione in Italia su un valore sostanzialmente allineato alla media europea, tenuto conto che l'urbanizzazione pro capite raggiunge valori comunque più elevati nei paesi dell'Europa centro-settentrionale.

Il confronto tra regioni impostato sul dato pro-capite fornisce ulteriori informazioni, coerenti con quelle delle banche dati europee che individuano una correlazione (peraltro intuitiva) tra consumo di suolo e indicatori di benessere economico: vediamo infatti nelle regioni del Nordest italiano i dati più elevati. L'andamento fa emergere "picchi" di suolo urbanizzato pro capite particolarmente elevati anche in regioni contraddistinte da una forte penetrazione di edilizia turistica, come Valle d'Aosta e Sardegna, dato che non si osserva in un'altra regione a forte vocazione turistica come il Trentino Alto Adige, che ha tradizionalmente impostato la propria accoglienza sulla ricettività di tipo alberghiero anziché sulla seconda residenza. In generale il consumo di suolo pro capite a parità di altre condizioni è più elevato in aree a forte caratterizzazione rurale, per ridursi significativamente nei territori che ospitano concentrazioni metropolitane particolarmente dense (Piemonte, Lombardia, Lazio, Campania, Liguria).

 

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